martedì 1 dicembre 2009

Ripicchiozzo


Ripicchiozzo
Un libro di Antonio Campoli e Giuseppe Di Prospero.


La poesia e la musica nella tradizione popolare setina. (Articolo di Sergio Andreatta da:www.andreatta.it)
"Ripicchiozzo" non è una delle tante, non ben comprese, parolacce volgari in circolo ma il suggestivo nome del gruppo vocale e strumentale popolare sezzese diretto dal maestro Giuseppe (Pino) Di Prospero. "Ripicchiozzo" è diventato anche il titolo dell'ultimo libro di Antonio Campoli. In realtà il versatile e prolifico autore vernacolare questa volta ha lavorato a quattro mani con Di Prospero, musicista e direttore della Corale San Carlo da Sezze, che ha curato l'ampia sezione musicale. Si tratta, infatti, di una raccolta di ballate, stornelli, serenate, canti alla poeta, canti a dispetto, in dialetto sezzese. Una raccolta di trascrizioni su pentagramma, frutto di una ricerca mai tentata prima, cui hanno collaborato per le ricerche dei testi e delle musiche Luisa Fanella, Rita Arcese, Alberto Filigenzi oltre lo stesso Di Prospero. A corredo un prezioso CD che contiene tra gli altri i seguenti brani:"Se mi u fa gl'iamoro", "Tocca, tocca", "Ricordo di Peppo", "Venite a Sezze", "Stornelli setini" (I serie), "Stornelli setini" (II serie), "Etturallalla", "Zirolo, zirolo là", "Peppalacchio", "O Sezze bello", "Milogranato", "Ara, Rosello mio". Sezze Romano è un antico paese, del IV secolo a. C., in bella posizione su una balaustra a 300 m. dei Lepini, affacciato sopra l'agro pontino, i grattacieli di Latina e il Mar Tirreno. Nei giorni migliori, quando il cielo è più terso per la tramontana, la vista che normalmente si posa sul Circeo si spinge fino ad abbracciare le Isole Ponziane. In questa isola autoglotta che è Sezze, del tutto tipica, dove domina il proverbio curioso e un po' autoironico di "Sezze, Suso (sua frazione) e Siena, madre della lingua italiena" (e oggi forse anche... rumena) alcuni cultori locali, tra cui il colto avvocato Renato Sauzzi (Sezze e il suo dialetto, Comune di Sezze, 1987) si sono spesi e si spendono tuttora per mantenere viva la fiammella della cultura popolare. E se per la musica non possiamo dimenticare la grande cantante Graziella Di Prospero, per la poesia il mentore è senz'altro Antonio Campoli, noto avvocato, già vicepretore, ma più ancora pronunciatamente poeta (più che nella) della sua lingua madre cui, scrive Tullio De Mauro (in Lingua e dialetti), "è opportuno guardare... senza ostilità ma con curiosità e rispetto". Le sue opere precedenti (La fontana di Pio IX (1981), Tibbo Tabbo (1986, sonetti sezzesi di cui uno dedicato anche a me* ("Foglie Morte" a pag. 24) all'epoca direttore del I Circolo didattico di Sezze), La Calandrella (1999) danno la caratura di questo singolare personaggio. Ora rimaneva, però, ancora qualcosa da salvare prima che, per la caduta del tempo, il patrimonio si disperdesse definitivamente giù per le Coste di Sezze. C'era da salvare un patrimonio di musica popolare fatta di sentimenti genuini per ogni più importante occasione della vita, emozioni rivestite di note elementari, di arie alcune sicuramente originali altre meno perché acquisite per successiva contaminazione da altre realtà musicali d'Italia. A favorire l'acquisizione di altre musiche c'era stata la coscrizione militare obbligatoria e la chiamata al nord dei giovani soldati setini per la Grande Guerra (1914-18) e poi la mussoliniana Bonifica integrale delle Paludi pontine (1931-'34) che aveva attratto, non senza qualche invidia, moltissimi coloni dal Veneto, dal Ferrarese e da altre province d'Italia. Le frequentazioni e poi i matrimoni misti, dopo il guardingo e un po' diffidente iato di una generazione, avevano contaminato per il resto shakerando e fondendo canti e tradizioni. Ma prima ancora tra il 1875-'80 c'era stata l'approdo migratorio dei Ciociari, taglialegna e lestraioli provenienti dalla Campagna dei paesi del Verolano e del Sorano, spinti verso la Marittima dal bisogno di lavoro come testimonia una lapide sul frontale della Chiesa Nuova a Suso. La popolazione di Sezze, ancora cent'anni fa, era costituita da nobili pochi e sparuti (Pacifici De Magistris, ecc...), alcuni borghesi, molti popolani, artigiani e contadini anche, in stragrande maggioranza, della più bassa condizione dove soltanto possedere una "cesa", un asino e un caretto poteva diventare un partito davvero "matrimoniabile".

"... Ma se pe' l'Aggiariccia, la Cesa nu la tì,

se 'n tì i caretto e gl'asino, a casema 'n ci venì".

Nella canzone di Cintruta e Pappino questi tre elementi (la cesa, il carretto e il mulo) potevano così suggellare, in una società ancora prevalentemente contadina, l'ottimale sposalizio di due giovani sezzesi.

Ora con questa raccolta di canti popolari si scopre un grande valore culturale, morale e pratico. "Culturale" perché rappresenta antropologicamente bene il modo di essere, di apparire e di esistere del paesano delle passate generazioni; "morale" perché recupera in una tradizione artistica in via di estinzione gli argomenti poetici della giovinezza e dell'innamoramento, gli aspetti più genuini e più diversi dell'anima popolare; "pratico" perché propone e vuole addestrare al coro partendo dal genere melodico più semplice, spontaneo, puro, come quello che sboccia dal cuore dell'anonima folla. Di contro alle "barbare intrusioni e deviazioni musicali" del rock anche nostrano così tanto in voga ci viene qui riproposta l'unità tonale e il senso ritmico, vera natura e anima musicale, di un popolo mediterraneo della collina lepina.

Dopo quella di Sezze, un'altra presentazione del libro è avvenuta nei giorni scorsi a Latina al Teatro Amilcare Ponchielli annesso alla Scuola Media Statale "Alessandro Volta" diretta dalla prof.ssa setina Giuliana Di Veroli. Sono intervenuti tra gli altri il dr. Bruno Raponi, presidente emerito del Tribunale di Latina che ha curato anche l'introduzione, l'avv. Angelo Palmieri, la Compagnia dei Lepini, il dott. Luigi Martino presidente del Rotary Club "Monti Lepini", la sig.ra Antonella Brusca presidentessa del Centro Studi "S. Carlo da Sezze" e il dott. Franco Borretti presidente dell'Associazione culturale "Nuova Immagine" di Latina. Di fronte alla folta e partecipe comunità di sezzesi a Latina si sono esibiti il poeta Antonio Campoli nella declamazione, incorniciata da gustosi commenti, di alcune sue poesie e il gruppo musicale "Ripicchiozzo" che ha eseguito alcuni dei canti incisi nel compact disc allegato al libro.Un’opera illustrata con significative fotografie in bianco e nero che documentano la Sezze che fu, didascalie di famiglie, cerimonie, stati, situazioni, viste panoramiche che, pur nel rarefatto ricordo, suscitano ancora sopravviventi emozioni. © - Sergio Andreatta - Riproduzione riservata.


* FOGLIE MORTE

di Antonio Campoli

(pag. 24 di "Tibbo Tabbo", Angeletti Editore, Sezze, 1986).

(Sonetto sezzese dedicato

a Sergio Andreatta:

Un direttore didattico poeta:

"ça n'éxiste pas" avrebbe detto Desnos.

Non conosceva il nostro amico).


Agli arbri di San Pietro ci ha rimasta

ca' foglia gialla pinnichenne a fiocco:

gli vento a una a una se le crasta,

le otra pe' la piazza e pe' Sa' Rocco,



le sfionna a le Scalelle cumme a bocco

puro si cacheduna dice: "abbasta!",

isso l'aiazza a bbénda e lòcco lòcco

le sparpaglia, ci zoffia, l'accatasta.



Gli vénto 'n zente storie perch'è surdo;

l'arabbidina, se le porta a spasso,

le strascina, l'attorce 'ntisto e 'ngurdo.



Senza riiminto, panonte, stracciate,

se fermeno sbattenne pe' Quatrasso

e murun'accusì tutte acciaccate.

Antonio Campoli

La similitudine col vento

una colta appropriatezza con il mio carattere.

(Sergio Andreatta)

giovedì 19 novembre 2009

Sergio Andreatta, Bulli si nasce o si diventa?



Sempre + bullismo nelle nostre scuole: 3° Seminario oggi all’IIS Marconi di Latina.

Mi pongo questa singolare e forse strana domanda perché il tema del bullismo è oggi della più grande attualità e catalizza l’attenzione di insegnanti, psicologi e di quanti si occupano di problematiche educative. Meno di quanto dovrebbe sembra essere, però, l’attenzione dedicata da genitori spesso distratti da tante altri, specchianti, inseguimenti consumistici. Genitori che si allertano soltanto di fronte al fatto di cronaca eclatante. E, beh, un fatto di cronaca in questi giorni c’è stato per cui loro si debbano preoccupare: la sentenza di un giudice di Milano che ha condannato uno studente (meglio, la sua famiglia) a parecchie migliaia di euro di risarcimento ad una professoressa ripresa col cellulare e pubblicata in un filmato su You Tube, pure con l’accompagnamento di commenti-audio lesivi del suo onore. Questo fenomeno tipicamente giovanile, e sempre più anche al femminile, ci deve preoccupare perché va a costituire un ponte tra i comportamenti problematici e di prevaricazione sugli altri che si verificano a scuola ed alcuni comportamenti devianti esterni ad essa (cyber-bullismo o cyberbulling, alcoolismo, taccheggio nei centri commerciali, varie altre sfide per rompere l’anonimato, …). Fino ai comportamenti pre-criminali.

Quindi bulli si nasce oppure si diventa?

In un’epoca in cui si fa dipendere tutto ormai, - malattie, successo, felicità -, dal DNA e dall’eredità del proprio codice biogenetico la domanda non dovrebbe sembrare così pellegrina. Noi preferiamo pensare, però, con meno fatalismo e determinismo autoassolvente ad un’azione influente dell’ambiente socioculturale e dell’educazione, in questo caso familiare mancata, o di mala-educazione. Non faremmo, altrimenti, gli educatori di professione come facciamo se pensassimo all’inutilità del nostro lavoro, se ritenessimo di non servire a costruire buone personalità o a decondizionare in qualche modo quelle cattive e anche un po’ compromesse. Così ci impegniamo sulla via di un progetto formativo preferendo peccare di idealismo!

Il bullismo, come manifestazione pervasiva di comportamenti asociali degli studenti, è purtroppo un fenomeno molto diffuso nelle scuole italiane, si esterna in 3 Istituti su 4 secondo l’ultimo rapporto del MIUR. La rinuncia di alcuni genitori al dovere di una buona educazione dei figli è il baco che provoca questo stato di malessere che si introietta e modifica, come il virus di un’influenza, nelle scuole trovando un terreno di coltura ideale, più che nelle naturali dinamiche dello sviluppo dell’autonomia personale, nell’acritico gruppo di pari e nel desiderio vivo di emulazione… Insieme con l’insegnante psicologa dott. Patrizia Testa del IV Circolo didattico di Latina che dirigo ho partecipato oggi al 3° Seminario del Ciclo “Riflessioni, metodi e interventi per la prevenzione del bullismo a scuola” promosso dall’Osservatorio regionale permanente sul bullismo. Il tema di oggi era specifico:”Percorsi di educazione, comunicazione e corresponsabilità“. E’ opportuno, è stato confermato all’IIS Marconi di Latina dove si è svolto l’interessante e molto attuale Seminario, mantenere viva l’attenzione e, soprattutto, costruire un sistema organico ed integrato di azioni ed interventi efficaci ed efficienti tra tutte le istituzioni e gli organismi pubblici preposti al controllo del territorio. Nel volume “Controbullismo“, pubblicato a cura dell’Osservatorio stesso, è possibile visionare anche la documentazione finora prodotta e, in parte, già edita sul sito: www.lazio.istruzione.it/studenti/bullismo.shtml E tra gli episodi di bullismo vanno annoverati sia quelli di bullismo verbale (76,5%) che di violenza fisica (62,8%). Purtroppo questo fenomeno, sempre più precoce e anche da un pò registrato al femminile, viene percepito dai genitori e dall’opinione pubblica ben al di sotto della sua reale portata e gravità di consistenza. Il bullismo da “malcostume in crescita”, tipico dei nostri giorni, si sta trasformando in una vera e propria incontrollata emergenza. Ben 302 sono state le denunce ricevute dalle forze dell’ordine negli ultimi 12 mesi ma molte altre sono i casi tenuti nascosti o che non hanno trovato una legale formalizzazione. Per un efficace contrasto è necessario che le famiglie entrino significativamente in gioco e che le scuole attivino degli opportuni spazi di ascolto per il counseling. Al IV Circolo ho istituito già dieci anni fa uno “Sportello psicologico” cui ci si può rivolgere gratuitamente (psicologhe Patrizia Testa e Mariagloria Evangelisti). Ma anche la magistratura sta entrando in campo, nel caso di gravi violazioni del codice da parte di minori, sentenziando condanne di risarcimento consistente (nei giorni scorsi a Milano) che andranno a toccare inevitabilmente la borsa dei genitori che non avranno provveduto (”culpa in educando“) ad un’educazione adeguata dei loro figli. E pare una misura giusta, questa, se proporzionata al danno causato! La scuola, ha esposto uno dei relatori la prof. Maria Antonietta Ruggiero dell’Università degli Studi “Roma tre”, deve adottare iniziative pedagogiche a favore di un clima più rispettoso tra gli studenti. E lo fa anche attraverso numerose “buone pratiche” per assistere, prima di tutto, chi è vittima di episodi di bullismo e poi con azioni per arginare i danni, per prevenire repliche e per promuovere sostanzialmente delle “energie proattive”.

© - dott. Sergio Andreatta, dirigente scolastico dell’USR per il Lazio e psicopedagogista - Riproduzione riservata.

In www.andreatta.it puoi trovare altri 15 articoli correlati del prof. Sergio Andreatta. Cerca alla voce “bullismo“.

“Percorsi di educazione, comunicazione e corresponsabilità” a cura dell’Osservatorio regionale permanente per il bullismo. Destinatari: genitori (purtroppo sempre troppo pochi), docenti e dirigenti delle istituzioni scolastiche del Lazio. Presenti, tra gli altri, il questore di Latina Nicolò Marcello D’Angelo, il colonnello dei carabinieri Roberto Boccaccio comandante la Compagnia provinciale e la dott.ssa Maria Rita Calvosa dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale.

lunedì 9 novembre 2009

Sergio Andreatta, Vangelo e Politica

domenica 08 novembre 2009

Benedetto XVI, oggi a Brescia, ricorda la necessità di una Chiesa "libera, povera e al servizio di tutti".



Il brano evangelico m'impressiona.

Nel Vangelo di oggi (Marco 12,38 - 44), più noto come quello della vedova povera che getta nel tesoro del tempio due monetine che fanno appena un soldo, si coglie una severa condanna del "modo di apparire" degli scribi che oggi, con molta attualità e con un'evidente analogia per il primato che occupano, potremmo assimilare ai politici.

"Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa".

E penso così, naturalmente, alla demagogia di alcuni nostri politici con quel loro particolare culto dell'apparenza, sempre in tv e nelle piazze mediatiche per le loro studiate strategie, a quelli che costruiscono il loro dominio sulla videocrazia e amano, come i narcisi sulla propria immagine, auto-sondaggiarsi di continuo sul consenso popolare.

Per la loro ossessiva corsa ai "primi seggi, ai primi posti nei banchetti" finiscono col trascurare spesso la promozione del bene comune, la dignità degli italiani più poveri di tutto (non soltanto di spirito e, quindi, forse per questo consolatoriamente "beati") che vedono piegata la loro dignità dalle tasse, subordinata la "ricerca della giustizia" all'azione di questi leader che lottano unicamente per difendere i propri enormi interessi, dopo aver imposto come buone, attraverso il perpetuo ausilio dei mass-media di cui dispongono, le proprie visioni personali.

Ma ecco irrompere la bellezza di questa lettura domenicale del Vangelo che sovverte la scala dei valori secondo il comune senso del sentire e lancia il riscatto per cui, ancora una volta, anche se titubanti, non possiamo non dirci cristiani!

Ma se questa è l'attualità ancora forte del Vangelo si capisce perché, chi è invece fortemente abbarbicato alle proprie prerogative politiche, spesso non lo ami, a causa del suo amore per l'appariscenza delle parole e della vacuità dei suoi comportamenti vistosi e applauditi.

Molti di questi politici che hanno saputo pur scatenare una battaglia di Lepanto contro una sentenza della Corte di Giustizia Europea che, accogliendo un'istanza iper-laica, sentenziava di staccare i crocefissi dalle pareti delle aule scolastiche pubbliche, non sanno purtroppo che cosa sia il Vangelo nella sua profonda essenza. Quand'anche, ieri, l'arcivescovo di Milano mons. Dionigi Tettamanzi, sulla scia di un pensiero che era stato già di don Lorenzo Milani che sapeva parlare al cuore della gente, abbia detto:"Il punto non è conservare "un simbolo", un oggetto, bensì il modo di viverlo nella realtà". Molti non sanno essere veri cristiani, seppure lo dichiarino, non credono nel Vangelo che, ancora oggi, ci insegna ad entrare nello sguardo di Gesù, imparando a vedere le cose dal suo punto di vista, ispirando ad esso i nostri diversi punti di vista e, pure, la scale dei valori sociali pur diversi di una società moderna.

I politici amano mettersi in bella mostra, non soltanto frequentemente a "Porta a Porta", ed essere trattati sempre come le persone più importanti e riverite. La loro vanità va ad annullare, alla fine, il valore di quel poco di buono che pur fanno nel servizio per la gente più umile. Ma non hanno l'obbligo di essere cristiani, loro, considerato che l'Italia è uno Stato laico e dal 1984 il cattolicesimo non è più religione di stato. Ma se poi si dichiarano, senza averne l'obbligo, allora è un altro discorso.

Ed è ancora Gesù a denunciare ante litteram la loro mancanza di obbedienza alla legge (ma direi anche alla nostra Costituzione repubblicana) perché, spesso, quelli che governano in forza dei numeri conseguiti con il battente condizionamento dei cervelli, vogliono solo imporsi facendo legiferare al Parlamento i propri lodi e le benefiche "prescrizioni brevi". Esempio lampare di disobbedienza alla legge civile prima ancora che religiosa.

Nelle parole di Gesù ascoltiamo la forte denuncia degli scribi-politici, che non solo non aiutano i poveri, ma addirittura con i loro provvedimenti li espongono, come le due vedove ricordate oggi nella messa, alla condanna di una miseria esistenziale.

Pensiamo ai tanti disperati senza lavoro che finiscono col perdere anche la loro dignità personale e familiare e sono alle strette. Pensiamo alle ultime misure inospitali contro i migranti in arrivo nel nostro Paese. A chi ha già perso la vita per questo o la perderà.

Poco importa, poi, che questi politici, per pura convenienza elettorale, facciano a parole molta professione di cristianesimo e al tempo stesso esibiscano molti atti religiosi.

Come nella denuncia di Isaia (capitolo I) Dio si dice stanco di chi calpesta i suoi atri e non osserva il dovere della carità per i poveri. Il giudizio sarà più severo per costoro. Attraverso gli occhi e le parole di Gesù possiamo imparare a scoprire e a stare attenti a chi si presenta come benefattore mentre in realtà viene a succhiarti il sangue.

"Attenti - sembra dirci - guardatevi da essi, state lontani, diffidate, non prendete per buono tutto quello che fanno, soprattutto quel fastidioso mettere in mostra la loro apparenza di giustizia e di verità".

C'è una laicità ma anche una religiosità, assai poco francescana, che dà preminente valore all'estetica dell'apparenza. Il rischio dell'apparenza oggi è forte, più del passato.

Ma c'è sempre stato, anche duemila anni fa. Lo avvertì lo stesso S. Agostino che, di fronte alla sua elezione a vescovo di Ippona, ci ricorda mons. Antonio Riboldi, diceva: "La cosa più terribile nell'esercizio di questo incarico, è il pericolo di preferire l'onore proprio alla salvezza altrui". Per cui aggiungeva: "Aiutatemi ... perché troviamo la nostra gioia non nell'essere vostri capi, quanto nell'essere vostri servitori ".

Mentre Paolo VI, quando ancora era arcivescovo a Milano, nel 1960 : "Il progresso e la ricerca della ricchezza, come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana, è la paralisi dell'amore". E ancora: "...l'educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l'uso dal possesso delle cose materiali, e sa distinguere poi ...dalla carenza di quei beni indispensabili alla vita presente, cioè dalla fame e dalla miseria, a cui è dovere e carità (N.d.R.: soprattutto per una politica di ispirazione cristiana) provvedere".

Ancora oggi a Brescia, dove è andato ad onorarlo, papa Benedetto XVI invita, non sappiamo bene con quali effettive ricadute, ad una Chiesa "libera, povera e al servizio di tutti". Libera, soprattutto, dai condizionamenti delle vistosità...

Nel Monastero "Janua Coeli", piccola comunità claustrale in Toscana fondata nel 1992, che si sta ancora costruendo nello spirito e nelle mura, danno questa chiave di lettura del brano evangelico di oggi:" C'è un più che sottrae e un più che aggiunge. Il più delle apparenze che si veste di stoffe e si nutre di riverenze, si gongola di santi fervori e di posti di onore. E questo è un più che divora il bene di altri dietro titaniche orazioni, un più che tanto si innalza quanto sprofonda. Come un pallone che si gonfia. Più aria metti rispetto al limite consentito dallo spazio previsto -che sarebbe pienezza - e più rischi di scoppiare nel vuoto"...

Poi c'è "il più che aggiunge" quello della carità, della solidarietà, dell'accoglienza sorridente degli altri, chiunque essi siano, nella loro attualità e varietà di casi e di bisogni, nella loro differente molteplicità di culture e di religioni. © Sergio Andreatta www.andreatta.it - Riproduzione riservata.

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giovedì 22 ottobre 2009

Quali sono gli Insegnanti di cui da grande ti ricorderai? (da: www.andreatta.it )


Di quali insegnanti ti ricorderai?
Eccoli secondo Michelle Obama.



Quali sono gli Insegnanti di cui da grande ti ricorderai?
L'attimo fuggente è un film del 1989, diretto da Peter Weir. Nel bel film, ambientato nella severa accademia maschile di "Welton", in Vermont, alla fine degli anni cinquanta il professor Keating (Robin Williams) insegna ai suoi allievi l'anticonformismo, stimolandoli a pensare con la propria testa ed a non farsi influenzare dal pensiero degli altri. In realtà il professore li aiuta a crescere, portandoli a risolvere da soli i loro dubbi, giovandosi della letteratura e della poesia americana di Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Walt Whitman. Il professor Keating era certamente un " insegnante speciale".

"Ci ricordiamo tutti quale impressione profonda ci abbia lasciato un insegnante speciale, quello che non ci ha abbandonato alle nostre lacune, quello che ci ha incoraggiato e ha creduto in noi quando dubitavamo delle nostre capacità. Anche dopo decenni ricordiamo come ci faceva sentire e come ci ha cambiato la vita. E' comprensibile quindi che gli studi dimostrino come il dato che influenza di più il rendimento degli studenti sia la capacità dei loro docenti".

Michelle Obama lo scrive in un articolo che sarà pubblicato nel prossimo numero di novembre della rivista "U.S. News & World Report".

Da chiedersi, allora, quali siano le doti che rendono un insegnante davvero "speciale"? In parte si evincono, ma vediamo quale sia il pensiero della First Lady americana: "energia illimitata e altrettanto sconfinata pazienza, capacità di visione e capacità di lavorare per obiettivi, creatività per aiutarci a vedere il mondo in modo diverso e dedizione al compito di aiutarci a scoprire e sviluppare il nostro potenziale". Una delle più grandi soddisfazioni per un insegnante può essere ricevere ancora, dopo oltre quarant'anni, una cartolina da A.G., tremendo allievo calabrese all'E.N.A.O.L.I. di Mercogliano. Da uno schiaffo dato (1968), secondo il suo credo pedagogico alla Makarenko del "Poema" per distorglielo dalla lite scatenata sul campo di calcio, all'instaurarsi di un intenso rapporto educativo. O, ancora, venire scovato da un importante funzionario della Digos che entrando nel suo ufficio, prima di abbracciarlo, così lo apostrofa:"Maestro Andreatta? Sergio Andreatta? Non mi riconosce? Sono M.B., non fosse stato per lei sarei diventato il peggior delinquente di Aprilia". Per lui ero rimasto il maestro (1975) che lo aveva sostenuto in una svolta determinante della sua vita.

A ben vedere, scrive la consorte del presidente americano, "sono le qualità di un grande leader". Perché, anche se non tale considerato dalla società italiana attuale, un buon insegnante resta ancora oggi anche da noi un leader, forse un grande leader fondamentale per la storia personale di ognuno, un solido termine di riferimento per le famiglie. Un professionista non da sottostimare e sottopagare che dovrebbe, quindi, venire diversamente retribuito per i suoi valutati meriti da un più gratificante status giuridico ed economico.

Questa strada diventa ogni giorno di più obbligata. Servirebbero, per ciò, più insegnanti con queste caratteristiche perché, dice sempre Michelle citando il marito Barack, nell'economia globale del XXI secolo una buona educazione non è più soltanto una delle strade possibili: "è l'unica strada possibile", perché è la prima condizione per il successo anche economico di un Paese.

© Sergio Andreatta - Riproduzione riservata.

da: www.andreatta.it

domenica 18 ottobre 2009

Tutti volevano sapere...





Tutti volevano sapere...









Pensionamento coatto, dopo tre decreti qualche chiarimento. Incontro questa mattina al M.I.U.R.



Scuola e società: Tutti volevano sapere se Andreatta*, il decano dei dirigenti scolastici del Lazio e forse d'Italia, sarebbe stato costretto al "pensionamento coatto" o no.

Incontro questa mattina al M.I.U.R. Dopo tre decreti qualche chiarimento. Rispetto all'applicazione del comma 11 dell'articolo 72, L. 133/2008, che riguarda la possibilità di pensionamento, con 6 mesi di preavviso, del personale che abbia maturato 40 anni di contribuzione, ma che non abbia il requisito dei 65 anni di età (è il caso del 62 enne, dirigente scolastico del IV Circolo didattico di Latina prof. Sergio Andreatta che ha 43 anni di servizio, dopo i due all'ENAOLI ben 41 di ruolo nello Stato di cui 31 da direttore-dirigente), la situazione sembrava ancora interlocutoria.

Già molti nell'ambiente scolastico pontino, e soprattutto quelli che si propongono a suoi successori, si chiedevano se il noto dirigente scolastico decano, vicino al pensiero del governatore Draghi sul pensionamento, sarebbe stato costretto a lasciare il suo ufficio dirigenziale dalla recente legislazione sul "pensionamento coatto" a "colpa" del suo precoce inserimento nel mondo del lavoro.

L'informativa data proprio questa mattina ai Sindacati e all'ANP nel corso di un incontro al M.I.U.R., Dipartimento per l'istruzione, sembra assicurare, invece, che il pensionamento, tra l'altro da annunciare con un preavviso di sei mesi, potrà essere disposto soltanto in presenza di esuberi a livello regionale o in presenza di valutazione negativa, adeguatamente documentata "a condizione che siano state attivate le procedure di garanzia previste dall'art. 37 del CCNL dell'Area V".

In tutti gli altri casi i presidi dovranno essere mantenuti in servizio fino al compimento del limite massimo di età (gli ordinari 65 anni) o, a domanda di proroga se non hanno compiuto il massimo di servizio, fino ai 67 anni di età.

L'Amministrazione eserciterebbe, quindi, il potere di risolvere il rapporto di lavoro dei dirigenti scolastici che abbiano maturato i 40 anni di contributi solo nel caso in cui esista per gli stessi una situazione di esubero a livello regionale [situazione che non si verificherà per il prossimo anno 2010/'11 non soltanto nel Lazio ma in nessuna regione d'Italia] o che si sia in presenza di una valutazione negativa "con adeguata e puntuale documentazione, la consistenza e la qualità del servizio prestato".

Ecco, finalmente, un po' di necessaria chiarezza per tutti gli interessati che sono migliaia in tutta Italia.

Ma sembrerebbe che, anche per negare lo stesso mantenimento in servizio a domanda fino ai 67 anni di età, l'Amministrazione dovrà rispettare le due medesime condizioni.

Naturalmente il sottoscritto che si è battuto fin dall'inizio con azioni e articoli per un ammorbidimento del provvedimento sul cosiddetto "pensionamento coatto", ingiusto verso la dignità della persona e ingrato verso il know-how professionale acquisito, non può che dichiararsi soddisfatto ora dell'interpretazione ministeriale e affidarsi ad una coscienziosa autoanalisi per il miglior... addio alle armi. Quando sarà.

* (vincitore del concorso ordinario per direttore didattico bandito dal Min. P.I. con il D.M. del 28.01.1977)

© - Sergio Andreatta - Riproduzione riservata.








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martedì 6 ottobre 2009

Incontro con David Rubin



Incontro con l'autore di "graphic novel" David Rubin
Nel Centenario del Fumetto, per la serie "Incontri con l'Autore".



Il giovane autore spagnolo è nell'Aula Pacis del IV Circolo Didattico di Latina per presentare agli studenti "La sala da tè dell'orso malese".
(www.andreatta.it per altre foto).

David Rubin nasce in Galizia nel 1977. Ama molto il disegno fin da bambino, studia disegno grafico alla Scuola d’Arte “Antonio Failde” del suo Paese e subito dopo comincia a lavorare nel settore del fumetto, dell’illustrazione e dell’animazione come regista per la Dygra Films con il lungometraggio d’animazione in 3D “Lo spirito del bosco”, esperienza che si appresta a ripetere con “Holy Night!?”. Con la sua appassionata attività si segnala subito all’attenzione dell’editoria e della critica spagnola. Vince il premio come miglior fumetto al Festival de La Coruña e ottiene una nomination come miglior autore-rivelazione al Salone Internazionale del Fumetto di Barcellona con la storia “Dove nessuno può arrivare”. Altre 4 nomination le conseguirà in seguito con “La sala da tè dell’orso malese”…


Questa storia racconta di un orso bonaccione che offre da bere ai suoi vari ospiti i cui racconti trasformeranno la sala dell’incontro in una sorta di ”ambulatorio psicospirituale“.

L’incontro si svolge a Latina la mattina del 6 ottobre nell’Aula Pacis della Scuola Primaria “C.Goldoni” gremita di ragazzi vivaci e interessati.

Molti di loro, specie quelli di V elementare, si sono puntigliosamente preparati all’incontro e tengono in mano un foglio con le loro domande belle e pronte.

David Rubin è un tipo alla Tiziano Ferro, si presenta in uno spagnolo fluido e gesticolare tanto che la traduttrice Carme Del Signore stenta a stargli dietro e a contenere l’animazione confusa dei ragazzi che, tutti, vorrebbero porre la loro domanda.

Ritorna più volte il suo amore precoce per il disegno, mentre il tempo di realizzazione per una story board – risponde – è di circa un anno.


“Ho trovato questa via per comunicare agli altri – dice l’Autore – i miei sentimenti, i miei pensieri… Altri si esprimono in altri modi, narrativa, poesia, pittura, fotografia,…, io attraverso il pennarello penso e, mentre penso, costruisco le mie storie”.

Storie di successo come si vede.

Il segno nero corre rapido sul foglio “Scorrendo come un fiume che disegna le sue anse fluendo” nota il dirigente dell’Istituto dott. Sergio Andreatta. L’Autore rimane catturato da questa metafora.

Al termine del simpatico incontro David Rubin lascia ad ogni classe, realizzandolo lì per lì, un disegno quasi fermo-immagine del suo ultimo libro. Firma autografi in ripetizione e viene calorosamente applaudito.

L’iniziativa, promossa in collaborazione con la Casa Editrice Tunuè / Prospero’s Books di Latina diretta da Emanuele Di Giorgi, rientra tra le promozioni della Biblioteca di Circolo “Angelica De Carolis” diretta dall’ins. te Anna Pompeo. Dopo Paco Roca con “Rughe”, ricorrendo quest’anno il Centenario del Fumetto italiano, la Direzione Didattica di Latina ha inteso presentare un altro illustratore giovane spagnolo di talento.

mercoledì 16 settembre 2009

Sergio Andreatta, La necessità della politica a scuola



La necessità della politica a scuola

(Pensiero d’urto di Sergio Andreatta)


Che cosa distingue l’uomo da un animale se non la sua capacità… politica e la sua essenza nel viverla e nel praticarla? E se l’uomo non può far a meno della politica, non può farne meno oggi sicuramente l’uomo di scuola, l’insegnante. Checché ne dica, o pretenda di dire in proposito, il ministro Mariastella Gelmini (presumibilmente logorata dalle estenuanti rivendicazioni dei precari della scuola) con le sue dichiarazioni o qualche altro esponente del Governo. Naturalmente noi parliamo della “politica” e non della contesa “partitica” che è altra, e spesso anche miserabile, cosa. Lo sosteneva già Aristotele per il quale l’uomo non era altro che “politikòn zóon” cioè una sorta di “animale politico”. L’uomo non può, diceva Aristotele, vivere da solo (fuori dalla polis): chi ci riesce o è una belva o è un dio.

E il politikòn zóon di Aristotele non è soltanto da tradurre come “animale sociale” perché “animali sociali” sono pure le api e le formiche e altri quadrupedi. L’uomo più di un animale sociale è un animale politico, non soltanto perchè “vive nella pòlis”, ma perché per vivere ha bisogno della polis (al termine polis corrisponde “politeía”, costituzione, e “polítes”, cittadino). Il “politico” ha il senso della cittadinanza (cioè dell’appartenenza a quel territorio, a quelle leggi, a quel popolo). Il buon insegnante è un… “politico essenziale” all’interno della sua istituzione scolastica, vive nel contesto di questa sua appartenenza (hic et nunc), la pratica, la introduce (nella peculiarità del processo educativo) nel suo P.O.F. (Piano dell’offerta formativa) e la insegna liberamente (art.21 e 33 della Cost.) ai suoi studenti. Non è uno yes-man il professore ma un intellettuale che pensa (non sempre positivo) e insegna a pensare criticamente. E il “re è nudo“, anche nella giovane tradizione statuale (appena 150 anni) italiana. Ogni “re”, ogni capo, sia nudo per il ruolo pubblico che interpreta, visto e letto in trasparenza… Cogito ergo sum, penso quindi sono, scrive Cartesio, o come pure Agostino cui rimanda, capovolgendone però la prospettiva: si fallor sum, se sbaglio esisto. L’insegnante è uno che analizza e studia le ragioni del formarsi di un pensiero di consenso, uno che educa al pensiero divergente e al rispetto di tutte le dignità e dell’opinione plurale. Uno che rispetta certamente le leggi emanate dalla Repubblica (preciso dovere di ogni cittadino) ma che idealmente si augura che tutti, magari sopra di lui, per primi le rispettino senza riserve, senza contestazioni rissose (benchè forti del proprio status, del proprio impero economico o videocratico), pure quelle che non piacciano, senza mani avanti verso “lodi” autoreferenziali, autoprotettivi e autoimmunitari. Come si può sostenere che tutto questo, così inteso, non appartenga anche al mestiere del professore pure preposto dal 1958, con Aldo Moro, all’insegnamento dell’educazione civica e oggi, lodevolmente, di “Cittadinanza e Costituzione”? L’uomo non può fare a meno di questa politica, giacché in qualche modo la politica lo caratterizza come specie, anzi lo costituisce per quello che è nel suo paese, cioè la terra. Se gli togliessimo la politica, e cioè lo Stato stesso, le leggi e la partecipazione alla vita della sua collettività, gli toglieremmo anche la sua essenza, parte del suo umanesimo integrale. Un insegnante, mutilo della sua libertà di espressione (art.33 Cost.), lo limiteremmo nella sua funzione docente imbavagliandolo della sua tentacolare possibilità di espansiva comunicazione democratica. Forse è quello che si vuole? E un’Italia a rischio di diventare illiberale avrebbe, davvero, da guadagnare da un professore, così, politicamente “assessuato”? Da un giornalista asservito? Da un magistrato condizionato? Da un chierico redarguito?

E non possiamo dimenticarci che, ancora più drasticamente di Aristotele, Platone in un suo dialogo sosteneva che l’uomo, per sopravvivere, ha certamente bisogno della tecnica (dell’azione pratica, dell’imprenditoria), ma soprattutto della politikè areté, della virtù politica, di quel senso dello Stato, di quella coscienza etica e di quella dimostrazione di pacifica e costruttiva convivenza civile così palesemente mancante oggi ad una parte della casta dei politici italiani di professione. © Sergio Andreatta, Latina, settembre 2009.