domenica 08 novembre 2009
Benedetto XVI, oggi a Brescia, ricorda la necessità di una Chiesa "libera, povera e al servizio di tutti".
Il brano evangelico m'impressiona.
Nel Vangelo di oggi (Marco 12,38 - 44), più noto come quello della vedova povera che getta nel tesoro del tempio due monetine che fanno appena un soldo, si coglie una severa condanna del "modo di apparire" degli scribi che oggi, con molta attualità e con un'evidente analogia per il primato che occupano, potremmo assimilare ai politici.
"Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa".
E penso così, naturalmente, alla demagogia di alcuni nostri politici con quel loro particolare culto dell'apparenza, sempre in tv e nelle piazze mediatiche per le loro studiate strategie, a quelli che costruiscono il loro dominio sulla videocrazia e amano, come i narcisi sulla propria immagine, auto-sondaggiarsi di continuo sul consenso popolare.
Per la loro ossessiva corsa ai "primi seggi, ai primi posti nei banchetti" finiscono col trascurare spesso la promozione del bene comune, la dignità degli italiani più poveri di tutto (non soltanto di spirito e, quindi, forse per questo consolatoriamente "beati") che vedono piegata la loro dignità dalle tasse, subordinata la "ricerca della giustizia" all'azione di questi leader che lottano unicamente per difendere i propri enormi interessi, dopo aver imposto come buone, attraverso il perpetuo ausilio dei mass-media di cui dispongono, le proprie visioni personali.
Ma ecco irrompere la bellezza di questa lettura domenicale del Vangelo che sovverte la scala dei valori secondo il comune senso del sentire e lancia il riscatto per cui, ancora una volta, anche se titubanti, non possiamo non dirci cristiani!
Ma se questa è l'attualità ancora forte del Vangelo si capisce perché, chi è invece fortemente abbarbicato alle proprie prerogative politiche, spesso non lo ami, a causa del suo amore per l'appariscenza delle parole e della vacuità dei suoi comportamenti vistosi e applauditi.
Molti di questi politici che hanno saputo pur scatenare una battaglia di Lepanto contro una sentenza della Corte di Giustizia Europea che, accogliendo un'istanza iper-laica, sentenziava di staccare i crocefissi dalle pareti delle aule scolastiche pubbliche, non sanno purtroppo che cosa sia il Vangelo nella sua profonda essenza. Quand'anche, ieri, l'arcivescovo di Milano mons. Dionigi Tettamanzi, sulla scia di un pensiero che era stato già di don Lorenzo Milani che sapeva parlare al cuore della gente, abbia detto:"Il punto non è conservare "un simbolo", un oggetto, bensì il modo di viverlo nella realtà". Molti non sanno essere veri cristiani, seppure lo dichiarino, non credono nel Vangelo che, ancora oggi, ci insegna ad entrare nello sguardo di Gesù, imparando a vedere le cose dal suo punto di vista, ispirando ad esso i nostri diversi punti di vista e, pure, la scale dei valori sociali pur diversi di una società moderna.
I politici amano mettersi in bella mostra, non soltanto frequentemente a "Porta a Porta", ed essere trattati sempre come le persone più importanti e riverite. La loro vanità va ad annullare, alla fine, il valore di quel poco di buono che pur fanno nel servizio per la gente più umile. Ma non hanno l'obbligo di essere cristiani, loro, considerato che l'Italia è uno Stato laico e dal 1984 il cattolicesimo non è più religione di stato. Ma se poi si dichiarano, senza averne l'obbligo, allora è un altro discorso.
Ed è ancora Gesù a denunciare ante litteram la loro mancanza di obbedienza alla legge (ma direi anche alla nostra Costituzione repubblicana) perché, spesso, quelli che governano in forza dei numeri conseguiti con il battente condizionamento dei cervelli, vogliono solo imporsi facendo legiferare al Parlamento i propri lodi e le benefiche "prescrizioni brevi". Esempio lampare di disobbedienza alla legge civile prima ancora che religiosa.
Nelle parole di Gesù ascoltiamo la forte denuncia degli scribi-politici, che non solo non aiutano i poveri, ma addirittura con i loro provvedimenti li espongono, come le due vedove ricordate oggi nella messa, alla condanna di una miseria esistenziale.
Pensiamo ai tanti disperati senza lavoro che finiscono col perdere anche la loro dignità personale e familiare e sono alle strette. Pensiamo alle ultime misure inospitali contro i migranti in arrivo nel nostro Paese. A chi ha già perso la vita per questo o la perderà.
Poco importa, poi, che questi politici, per pura convenienza elettorale, facciano a parole molta professione di cristianesimo e al tempo stesso esibiscano molti atti religiosi.
Come nella denuncia di Isaia (capitolo I) Dio si dice stanco di chi calpesta i suoi atri e non osserva il dovere della carità per i poveri. Il giudizio sarà più severo per costoro. Attraverso gli occhi e le parole di Gesù possiamo imparare a scoprire e a stare attenti a chi si presenta come benefattore mentre in realtà viene a succhiarti il sangue.
"Attenti - sembra dirci - guardatevi da essi, state lontani, diffidate, non prendete per buono tutto quello che fanno, soprattutto quel fastidioso mettere in mostra la loro apparenza di giustizia e di verità".
C'è una laicità ma anche una religiosità, assai poco francescana, che dà preminente valore all'estetica dell'apparenza. Il rischio dell'apparenza oggi è forte, più del passato.
Ma c'è sempre stato, anche duemila anni fa. Lo avvertì lo stesso S. Agostino che, di fronte alla sua elezione a vescovo di Ippona, ci ricorda mons. Antonio Riboldi, diceva: "La cosa più terribile nell'esercizio di questo incarico, è il pericolo di preferire l'onore proprio alla salvezza altrui". Per cui aggiungeva: "Aiutatemi ... perché troviamo la nostra gioia non nell'essere vostri capi, quanto nell'essere vostri servitori ".
Mentre Paolo VI, quando ancora era arcivescovo a Milano, nel 1960 : "Il progresso e la ricerca della ricchezza, come fine a se stessa, come unica garanzia di benessere presente e di pienezza umana, è la paralisi dell'amore". E ancora: "...l'educazione cristiana alla povertà sa distinguere innanzitutto l'uso dal possesso delle cose materiali, e sa distinguere poi ...dalla carenza di quei beni indispensabili alla vita presente, cioè dalla fame e dalla miseria, a cui è dovere e carità (N.d.R.: soprattutto per una politica di ispirazione cristiana) provvedere".
Ancora oggi a Brescia, dove è andato ad onorarlo, papa Benedetto XVI invita, non sappiamo bene con quali effettive ricadute, ad una Chiesa "libera, povera e al servizio di tutti". Libera, soprattutto, dai condizionamenti delle vistosità...
Nel Monastero "Janua Coeli", piccola comunità claustrale in Toscana fondata nel 1992, che si sta ancora costruendo nello spirito e nelle mura, danno questa chiave di lettura del brano evangelico di oggi:" C'è un più che sottrae e un più che aggiunge. Il più delle apparenze che si veste di stoffe e si nutre di riverenze, si gongola di santi fervori e di posti di onore. E questo è un più che divora il bene di altri dietro titaniche orazioni, un più che tanto si innalza quanto sprofonda. Come un pallone che si gonfia. Più aria metti rispetto al limite consentito dallo spazio previsto -che sarebbe pienezza - e più rischi di scoppiare nel vuoto"...
Poi c'è "il più che aggiunge" quello della carità, della solidarietà, dell'accoglienza sorridente degli altri, chiunque essi siano, nella loro attualità e varietà di casi e di bisogni, nella loro differente molteplicità di culture e di religioni. © Sergio Andreatta www.andreatta.it - Riproduzione riservata.
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lunedì 9 novembre 2009
giovedì 22 ottobre 2009
Quali sono gli Insegnanti di cui da grande ti ricorderai? (da: www.andreatta.it )

Di quali insegnanti ti ricorderai?
Eccoli secondo Michelle Obama.
Quali sono gli Insegnanti di cui da grande ti ricorderai?
L'attimo fuggente è un film del 1989, diretto da Peter Weir. Nel bel film, ambientato nella severa accademia maschile di "Welton", in Vermont, alla fine degli anni cinquanta il professor Keating (Robin Williams) insegna ai suoi allievi l'anticonformismo, stimolandoli a pensare con la propria testa ed a non farsi influenzare dal pensiero degli altri. In realtà il professore li aiuta a crescere, portandoli a risolvere da soli i loro dubbi, giovandosi della letteratura e della poesia americana di Ralph Waldo Emerson, Henry David Thoreau e Walt Whitman. Il professor Keating era certamente un " insegnante speciale".
"Ci ricordiamo tutti quale impressione profonda ci abbia lasciato un insegnante speciale, quello che non ci ha abbandonato alle nostre lacune, quello che ci ha incoraggiato e ha creduto in noi quando dubitavamo delle nostre capacità. Anche dopo decenni ricordiamo come ci faceva sentire e come ci ha cambiato la vita. E' comprensibile quindi che gli studi dimostrino come il dato che influenza di più il rendimento degli studenti sia la capacità dei loro docenti".
Michelle Obama lo scrive in un articolo che sarà pubblicato nel prossimo numero di novembre della rivista "U.S. News & World Report".
Da chiedersi, allora, quali siano le doti che rendono un insegnante davvero "speciale"? In parte si evincono, ma vediamo quale sia il pensiero della First Lady americana: "energia illimitata e altrettanto sconfinata pazienza, capacità di visione e capacità di lavorare per obiettivi, creatività per aiutarci a vedere il mondo in modo diverso e dedizione al compito di aiutarci a scoprire e sviluppare il nostro potenziale". Una delle più grandi soddisfazioni per un insegnante può essere ricevere ancora, dopo oltre quarant'anni, una cartolina da A.G., tremendo allievo calabrese all'E.N.A.O.L.I. di Mercogliano. Da uno schiaffo dato (1968), secondo il suo credo pedagogico alla Makarenko del "Poema" per distorglielo dalla lite scatenata sul campo di calcio, all'instaurarsi di un intenso rapporto educativo. O, ancora, venire scovato da un importante funzionario della Digos che entrando nel suo ufficio, prima di abbracciarlo, così lo apostrofa:"Maestro Andreatta? Sergio Andreatta? Non mi riconosce? Sono M.B., non fosse stato per lei sarei diventato il peggior delinquente di Aprilia". Per lui ero rimasto il maestro (1975) che lo aveva sostenuto in una svolta determinante della sua vita.
A ben vedere, scrive la consorte del presidente americano, "sono le qualità di un grande leader". Perché, anche se non tale considerato dalla società italiana attuale, un buon insegnante resta ancora oggi anche da noi un leader, forse un grande leader fondamentale per la storia personale di ognuno, un solido termine di riferimento per le famiglie. Un professionista non da sottostimare e sottopagare che dovrebbe, quindi, venire diversamente retribuito per i suoi valutati meriti da un più gratificante status giuridico ed economico.
Questa strada diventa ogni giorno di più obbligata. Servirebbero, per ciò, più insegnanti con queste caratteristiche perché, dice sempre Michelle citando il marito Barack, nell'economia globale del XXI secolo una buona educazione non è più soltanto una delle strade possibili: "è l'unica strada possibile", perché è la prima condizione per il successo anche economico di un Paese.
© Sergio Andreatta - Riproduzione riservata.
da: www.andreatta.it
domenica 18 ottobre 2009
Tutti volevano sapere...

Tutti volevano sapere...
Pensionamento coatto, dopo tre decreti qualche chiarimento. Incontro questa mattina al M.I.U.R.
Scuola e società: Tutti volevano sapere se Andreatta*, il decano dei dirigenti scolastici del Lazio e forse d'Italia, sarebbe stato costretto al "pensionamento coatto" o no.
Incontro questa mattina al M.I.U.R. Dopo tre decreti qualche chiarimento. Rispetto all'applicazione del comma 11 dell'articolo 72, L. 133/2008, che riguarda la possibilità di pensionamento, con 6 mesi di preavviso, del personale che abbia maturato 40 anni di contribuzione, ma che non abbia il requisito dei 65 anni di età (è il caso del 62 enne, dirigente scolastico del IV Circolo didattico di Latina prof. Sergio Andreatta che ha 43 anni di servizio, dopo i due all'ENAOLI ben 41 di ruolo nello Stato di cui 31 da direttore-dirigente), la situazione sembrava ancora interlocutoria.
Già molti nell'ambiente scolastico pontino, e soprattutto quelli che si propongono a suoi successori, si chiedevano se il noto dirigente scolastico decano, vicino al pensiero del governatore Draghi sul pensionamento, sarebbe stato costretto a lasciare il suo ufficio dirigenziale dalla recente legislazione sul "pensionamento coatto" a "colpa" del suo precoce inserimento nel mondo del lavoro.
L'informativa data proprio questa mattina ai Sindacati e all'ANP nel corso di un incontro al M.I.U.R., Dipartimento per l'istruzione, sembra assicurare, invece, che il pensionamento, tra l'altro da annunciare con un preavviso di sei mesi, potrà essere disposto soltanto in presenza di esuberi a livello regionale o in presenza di valutazione negativa, adeguatamente documentata "a condizione che siano state attivate le procedure di garanzia previste dall'art. 37 del CCNL dell'Area V".
In tutti gli altri casi i presidi dovranno essere mantenuti in servizio fino al compimento del limite massimo di età (gli ordinari 65 anni) o, a domanda di proroga se non hanno compiuto il massimo di servizio, fino ai 67 anni di età.
L'Amministrazione eserciterebbe, quindi, il potere di risolvere il rapporto di lavoro dei dirigenti scolastici che abbiano maturato i 40 anni di contributi solo nel caso in cui esista per gli stessi una situazione di esubero a livello regionale [situazione che non si verificherà per il prossimo anno 2010/'11 non soltanto nel Lazio ma in nessuna regione d'Italia] o che si sia in presenza di una valutazione negativa "con adeguata e puntuale documentazione, la consistenza e la qualità del servizio prestato".
Ecco, finalmente, un po' di necessaria chiarezza per tutti gli interessati che sono migliaia in tutta Italia.
Ma sembrerebbe che, anche per negare lo stesso mantenimento in servizio a domanda fino ai 67 anni di età, l'Amministrazione dovrà rispettare le due medesime condizioni.
Naturalmente il sottoscritto che si è battuto fin dall'inizio con azioni e articoli per un ammorbidimento del provvedimento sul cosiddetto "pensionamento coatto", ingiusto verso la dignità della persona e ingrato verso il know-how professionale acquisito, non può che dichiararsi soddisfatto ora dell'interpretazione ministeriale e affidarsi ad una coscienziosa autoanalisi per il miglior... addio alle armi. Quando sarà.
* (vincitore del concorso ordinario per direttore didattico bandito dal Min. P.I. con il D.M. del 28.01.1977)
© - Sergio Andreatta - Riproduzione riservata.
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martedì 6 ottobre 2009
Incontro con David Rubin

Incontro con l'autore di "graphic novel" David Rubin
Nel Centenario del Fumetto, per la serie "Incontri con l'Autore".
Il giovane autore spagnolo è nell'Aula Pacis del IV Circolo Didattico di Latina per presentare agli studenti "La sala da tè dell'orso malese".
(www.andreatta.it per altre foto).
David Rubin nasce in Galizia nel 1977. Ama molto il disegno fin da bambino, studia disegno grafico alla Scuola d’Arte “Antonio Failde” del suo Paese e subito dopo comincia a lavorare nel settore del fumetto, dell’illustrazione e dell’animazione come regista per la Dygra Films con il lungometraggio d’animazione in 3D “Lo spirito del bosco”, esperienza che si appresta a ripetere con “Holy Night!?”. Con la sua appassionata attività si segnala subito all’attenzione dell’editoria e della critica spagnola. Vince il premio come miglior fumetto al Festival de La Coruña e ottiene una nomination come miglior autore-rivelazione al Salone Internazionale del Fumetto di Barcellona con la storia “Dove nessuno può arrivare”. Altre 4 nomination le conseguirà in seguito con “La sala da tè dell’orso malese”…
Questa storia racconta di un orso bonaccione che offre da bere ai suoi vari ospiti i cui racconti trasformeranno la sala dell’incontro in una sorta di ”ambulatorio psicospirituale“.
L’incontro si svolge a Latina la mattina del 6 ottobre nell’Aula Pacis della Scuola Primaria “C.Goldoni” gremita di ragazzi vivaci e interessati.
Molti di loro, specie quelli di V elementare, si sono puntigliosamente preparati all’incontro e tengono in mano un foglio con le loro domande belle e pronte.
David Rubin è un tipo alla Tiziano Ferro, si presenta in uno spagnolo fluido e gesticolare tanto che la traduttrice Carme Del Signore stenta a stargli dietro e a contenere l’animazione confusa dei ragazzi che, tutti, vorrebbero porre la loro domanda.
Ritorna più volte il suo amore precoce per il disegno, mentre il tempo di realizzazione per una story board – risponde – è di circa un anno.
“Ho trovato questa via per comunicare agli altri – dice l’Autore – i miei sentimenti, i miei pensieri… Altri si esprimono in altri modi, narrativa, poesia, pittura, fotografia,…, io attraverso il pennarello penso e, mentre penso, costruisco le mie storie”.
Storie di successo come si vede.
Il segno nero corre rapido sul foglio “Scorrendo come un fiume che disegna le sue anse fluendo” nota il dirigente dell’Istituto dott. Sergio Andreatta. L’Autore rimane catturato da questa metafora.
Al termine del simpatico incontro David Rubin lascia ad ogni classe, realizzandolo lì per lì, un disegno quasi fermo-immagine del suo ultimo libro. Firma autografi in ripetizione e viene calorosamente applaudito.
L’iniziativa, promossa in collaborazione con la Casa Editrice Tunuè / Prospero’s Books di Latina diretta da Emanuele Di Giorgi, rientra tra le promozioni della Biblioteca di Circolo “Angelica De Carolis” diretta dall’ins. te Anna Pompeo. Dopo Paco Roca con “Rughe”, ricorrendo quest’anno il Centenario del Fumetto italiano, la Direzione Didattica di Latina ha inteso presentare un altro illustratore giovane spagnolo di talento.
mercoledì 16 settembre 2009
Sergio Andreatta, La necessità della politica a scuola

La necessità della politica a scuola
(Pensiero d’urto di Sergio Andreatta)
Che cosa distingue l’uomo da un animale se non la sua capacità… politica e la sua essenza nel viverla e nel praticarla? E se l’uomo non può far a meno della politica, non può farne meno oggi sicuramente l’uomo di scuola, l’insegnante. Checché ne dica, o pretenda di dire in proposito, il ministro Mariastella Gelmini (presumibilmente logorata dalle estenuanti rivendicazioni dei precari della scuola) con le sue dichiarazioni o qualche altro esponente del Governo. Naturalmente noi parliamo della “politica” e non della contesa “partitica” che è altra, e spesso anche miserabile, cosa. Lo sosteneva già Aristotele per il quale l’uomo non era altro che “politikòn zóon” cioè una sorta di “animale politico”. L’uomo non può, diceva Aristotele, vivere da solo (fuori dalla polis): chi ci riesce o è una belva o è un dio.
E il politikòn zóon di Aristotele non è soltanto da tradurre come “animale sociale” perché “animali sociali” sono pure le api e le formiche e altri quadrupedi. L’uomo più di un animale sociale è un animale politico, non soltanto perchè “vive nella pòlis”, ma perché per vivere ha bisogno della polis (al termine polis corrisponde “politeía”, costituzione, e “polítes”, cittadino). Il “politico” ha il senso della cittadinanza (cioè dell’appartenenza a quel territorio, a quelle leggi, a quel popolo). Il buon insegnante è un… “politico essenziale” all’interno della sua istituzione scolastica, vive nel contesto di questa sua appartenenza (hic et nunc), la pratica, la introduce (nella peculiarità del processo educativo) nel suo P.O.F. (Piano dell’offerta formativa) e la insegna liberamente (art.21 e 33 della Cost.) ai suoi studenti. Non è uno yes-man il professore ma un intellettuale che pensa (non sempre positivo) e insegna a pensare criticamente. E il “re è nudo“, anche nella giovane tradizione statuale (appena 150 anni) italiana. Ogni “re”, ogni capo, sia nudo per il ruolo pubblico che interpreta, visto e letto in trasparenza… Cogito ergo sum, penso quindi sono, scrive Cartesio, o come pure Agostino cui rimanda, capovolgendone però la prospettiva: si fallor sum, se sbaglio esisto. L’insegnante è uno che analizza e studia le ragioni del formarsi di un pensiero di consenso, uno che educa al pensiero divergente e al rispetto di tutte le dignità e dell’opinione plurale. Uno che rispetta certamente le leggi emanate dalla Repubblica (preciso dovere di ogni cittadino) ma che idealmente si augura che tutti, magari sopra di lui, per primi le rispettino senza riserve, senza contestazioni rissose (benchè forti del proprio status, del proprio impero economico o videocratico), pure quelle che non piacciano, senza mani avanti verso “lodi” autoreferenziali, autoprotettivi e autoimmunitari. Come si può sostenere che tutto questo, così inteso, non appartenga anche al mestiere del professore pure preposto dal 1958, con Aldo Moro, all’insegnamento dell’educazione civica e oggi, lodevolmente, di “Cittadinanza e Costituzione”? L’uomo non può fare a meno di questa politica, giacché in qualche modo la politica lo caratterizza come specie, anzi lo costituisce per quello che è nel suo paese, cioè la terra. Se gli togliessimo la politica, e cioè lo Stato stesso, le leggi e la partecipazione alla vita della sua collettività, gli toglieremmo anche la sua essenza, parte del suo umanesimo integrale. Un insegnante, mutilo della sua libertà di espressione (art.33 Cost.), lo limiteremmo nella sua funzione docente imbavagliandolo della sua tentacolare possibilità di espansiva comunicazione democratica. Forse è quello che si vuole? E un’Italia a rischio di diventare illiberale avrebbe, davvero, da guadagnare da un professore, così, politicamente “assessuato”? Da un giornalista asservito? Da un magistrato condizionato? Da un chierico redarguito?
E non possiamo dimenticarci che, ancora più drasticamente di Aristotele, Platone in un suo dialogo sosteneva che l’uomo, per sopravvivere, ha certamente bisogno della tecnica (dell’azione pratica, dell’imprenditoria), ma soprattutto della politikè areté, della virtù politica, di quel senso dello Stato, di quella coscienza etica e di quella dimostrazione di pacifica e costruttiva convivenza civile così palesemente mancante oggi ad una parte della casta dei politici italiani di professione. © Sergio Andreatta, Latina, settembre 2009.
martedì 15 settembre 2009
Borgo San Michele, inaugurata la nuova scuola statale per l'infanzia
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Borgo San Michele, inaugurata la nuova scuola
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Dal sito ufficiale del Comune di Latina: http://www.comune.latina.it:80/news.php?id=3560
(Foto di Rosamaria Pirri per http://www.andreatta.it)
Il sindaco Zaccheo, accompagnato dall’assessore alle OO.PP. Di Girolamo, ha inaugurato questa mattina la Scuola dell’Infanzia di Borgo San Michele.
La nuova struttura (800 mq, comprendente mensa, nuovi servizi e spazi ludici) è costata un milione e 100mila euro, interamente finanziati dal bilancio comunale, e rappresenta – come più volte sottolineato dallo stesso dirigente scolastico Sergio Andreatta, un istituto all’avanguardia, in campo nazionale, in quanto a tecnologie messe in campo.
La scuola ad esempio, è priva di piastre per riscaldamento (è stato utilizzando un sistema di riscaldo con conduzione sotto pavimento).
La struttura è in cemento armato e legno lamellare (un mix costruttivo che la rende accogliente e luminosa) ed è stata costruita tenendo presenti tecniche e metodologie che la rendono “a misura di bambino”.
In tal senso il sindaco Zaccheo ha voluto rivolgere un particolare ringraziamento al progettista ing. Antonio Ciotoli per la sensibilità che lo ha portato anche ad approfondire tali aspetti. La struttura si sviluppa interamente al piano terra, non esiste alcuna barriera architettonica, ha grandi spazi per lo svolgimento di attività e per zone silenziose (con materassino per il riposo). Sono stati curati in particolare i colori e gli ambienti in modo da rendere confortevole l’area scolastica. Ogni sezione è collegata con spazi esterni coperti per dare continuità all’azione didattica. Particolare attenzione è stata data all’allestimento degli spazi esterni con elementi ludico ricreativi. Il sindaco ha definito la scuola “un sogno diventato realtà” ed ha illustrato l’iter che ha portato alla sua realizzazione e che ha preso le mosse da uno studio sull’evoluzione demografica con le confermate previsioni in aumento di Borgo San Michele.
Zaccheo e l’ass. Di Girolamo hanno poi anche annunciato le prossime tappe del più vasto progetto di interventi nel campo dell’edilizia scolastica con le prossime inaugurazioni della materna di Borgo Piave, l’ampliamento della scuola elementare di Borgo Montello e poi delle scuole di Latina scalo, Borgo Faiti e Santa Maria, con un impegno finanziario forte (fra edifici ex novo e ristrutturazioni, circa 6 milioni di euro) che dimostra la forte attenzione di questa Amministrazione a garanzia del diritto all’istruzione e alla sicurezza.
E proprio le esigenze di efficienza e di massima tutela della sicurezza, hanno suggerito invece il rinvio a mercoledì prossimo, 16 settembre, ore 8.30 (presente il sindaco) della scuola per l’infanzia di Borgo Isonzo: i lavori di messa in sicurezza e di ristrutturazione – andati avanti per tutta l’estate – si sono conclusi solo venerdì scorso. Di qui la necessità di porre in essere una pulizia straordinaria dell’edificio e di consentire ai tecnici un ulteriore e definitivo controllo di collaudo: ciò che ha spinto la direzione didattica – d’accordo con il Comune – a posticipare di 48 ore il suono della prima campanella.
All’inaugurazione di questa mattina erano presenti anche gli assessori Fragiotta e Galetto, il consigliere comunale Giancarlo Palmieri (che ha portato il suo saluto ai presenti), il consigliere comunale De Marchis, il presidente Frison e componenti della locale Circoscrizione. Al parroco don Leonardo, delegato dal Vescovo, il compito di impartire la solenne benedizione alla struttura.
http://www.comune.latina.it:80/news.php?id=3560
sabato 8 agosto 2009
RELIGIOSITA’, un libro di fotografia di Luigi Giannetti
Religiosità, un fotobook di Luigi Giannetti
Quando il più profondo legame comunitario, il sentimento religioso di un paese, Picinisco, diventa un’opera d’arte.
di Sergio Andreatta
L'importanza di una foto è tutta nell'immagine, nella cura dei dettagli, nella tensione della ricerca, nella grande passione spesa dall'autore. "Lo sa lei come la chiamano adesso le dignità professionale: immagine. E che cosa crede che sia l'immagine? [ ... ] E' un prodotto [ ... ] e questo prodotto è più importante di chi lo produce". Paradossalmente il significato di questa frase di Alberto Moravia, tratta da La donna leopardo, rispecchia il valore e l'importanza che si dà oggi all'immagine-apparenza, nel caso di una bella donna, importanza che per altri versi si può attribuire ad una foto che vale per quello che ha prodotto e saputo esprimere, o meglio sa promuovere, attraverso i filtri della senso-percezione, nel giudizio estetico e nell'interiorità di chi la osserva e la legge. Per un fotografo professionista, ma anche per uno "dilettante" appassionato, l'immagine costituisce veramente una sorta di "dignità professionale". Una foto, a ben vederla, non si gode infatti soltanto epidermicamente o una volta per sempre per poi concludere, quasi a chiudere in fretta un sipario, con un "Oh, che bella!". Una foto è specchio di un soggetto, di un oggetto, di un'azione... e quel che specchia va letto avendo sempre presente l'intento voluto della narrazione. Ecco perchè una fotografia non è mai da considerarsi un prodotto finito finché continua a dialogare con qualcuno come, per restare in tema, la statua di gesso che interagisce con la devota nella Chiesa di S. Lorenzo di Picinisco. Non lo è mai, prodotto finito, particolarmente un fotogramma digitale dal quale si possono ricavare molteplici alternative e variazioni. La fotografia, se non è casuale, è ideazione di un percorso che diventa progetto registico se prevede una sequenza di scatti, lungo le fil rouge tematico dell'autore, così in ogni libro di fotografia ed anche in questo. Un libro sulla religiosità poi è un libro sulla più intima essenza di una comunità e delle persone che la compongono, un tentativo - forse riuscito o forse no - di una rappresentazione metafisica attraverso la raccolta e la selezione di segni e di significanti che si ritiene meritevoli di esser colti e fissati estrapolandoli dalla caduta del tempo con uno scatto fotografico. Un tentativo effimero, forse, di "eternazione". In "Religiosità' noi non troviamo tutti i segni e i significanti reperibili sul luogo in materia religiosa ma solo quelli che, facendo uno scarto, hanno semanticamente interessato l'autore. Impressioni ed espressioni scelte arbitrariamente, quindi, da Giannetti. E in questo contesto anche una fotografia che può sembrare brutta da sola può diventare, all'interno di una sequenza, una fotografia significativa, l'ineliminabile anello di una catena. Probabilmente la religiosità di Picinisco è anche altro da questo campionario esibito, se non altre liturgie nella loro ripetizione, altri momenti, altre persone, altri stati d'animo. La religiosità di Picinisco non è neanche unica, in quanto fenotipica di altri paesi dei dintorni, diversamente contaminata una volta l'anno, il 20 di agosto, da quella dei molti pellegrini diretti in torme al Santuario della Madonna del Canneto, ma è comunque una rappresentazione della memoria collettiva da salvare. Quanto è stato rappresentato in "Religiosità", ma non tutto è sempre completamente rappresentabile, coglie bene il senso del legame religioso superstite nella comunità valligiana. Dico superstite perché una generazione fa Giannetti avrebbe sicuramente archiviato altro, e altro ancora potrebbe nella prossima per quell'erosione e rarefazione continua del sentimento religioso, per quel rimodellamento che risente meno delle nuove utopie pubblicitarie e più della crisi dei valori in atto. Questa diacronia fotografica, quasi un'evolutiva stratigrafia dell'essere religioso piciniscano, sarebbe di grande interesse antropologico culturale. Un vescovo amico mi chiese una volta che cosa io ritenessi utile a rivitalizzare l'adesione religiosa nella sua diocesi. E io gli risposi lapidariamente, forse troppo in fretta e senza approfondire per metterlo in riflessione:" Meno miti e riti e più partecipazione alle vicende della gente", toccando però così senza volerlo l'essenza stessa di una religione: i miti e i riti. E quella che poteva sembrare una bella risposta in realtà non lo era affatto perché non si può immaginare una partecipazione al sentimento religioso (religio = legame comunitario) senza una condivisione, a un qualche livello, di una mitologia delle origini (genesi) e la reiterata pratica di un rito liturgico. Con la rievocazione fin alle sue origini (mito) di un percorso di salvezza e sulla ripetitiva perpetuazione, regolare e cadenzata, di una liturgia della promessa si mantiene e si rianima ogni culto. Il mito e il rito attraggono, sono come il vento (spirito) che alimenta il fuoco. Se si capisce questo si capisce anche perché una chiesa (particolarmente quella cattolica italiana rispetto a quella sudamericana della cosidetta "teologia della liberazione" ad esempio) non possa che essere nella sua autoreferenzialità, malgrado ogni dissimulazione in proposito, più conservatrice ("alla destra" per schemi di pensiero) che progressista ("alla sinistra"). Questo è nello stesso suo DNA costitutivo giacché ogni cambiamento (es. sulle questioni bioetiche) è visto con sospetto stravolgente, se non demonizzato. Quella di Giannetti, dunque, si presenta come il diario di un viaggio nella religiosità del suo paese. Sarebbe facile aggiungere diario interiore, metafisico, in realtà questo suo diario fotografico, di 70 scatti rigorosamente in bianco e nero (alcuni software consentono oggi una conversione controllata e il viraggio da colori al bianco e nero) e quindi dotati di maggiore presa come già nel precedente libro (Pastorizia), mi appare più fisico ed estetico fin nelle colte espressioni delle facce dei co-protagonisti. E dico coprotagonisti (personaggi in cerca di un autore, il Giannetti appunto) che si muovono intorno ad un soggetto, ad una trama, secondo una coralità quasi teatrale (conditio sine qua non in questo caso) che era assente nella precedente opera, "Pastorizia", più inebriata dalla bellezza del paesaggio e più emblematica della condizione di lavoro un tempo più diffusa per queste montagne. Pastorizia e Religiosità sono in fondo i due caratteri che meglio contraddistinguono sicuramente questa piccola, ma non chiusa, comunità della Val di Comino. Dalla commistione di queste due condizioni non è nata, ab ovo, come altrove ho scritto, la stessa pastorale cristiana? Oggi non è difficile "mettere in luce", specie con la fotografia, qualche aspetto del modo di essere, di apparire e di esistere di una persona o di una comunità. Realizzare progetti fotografici innovativi oggi è alla portata, se non proprio di tutti, di una moltitudine di fotografi di varia bravura, anche promossi dalle nuove tecnologie avanzate messe a disposizione dal progresso ma la chiave del successo progettuale di Giannetti, della sua straordinarietà, sta nella conoscenza delle persone e nell'osservanza (non soltanto osservazione) dei loro sentimenti. Nella non invadenza dello scatto, nel delicato rispetto oggi così conclamato, coscientizzato perfino in un diritto, della privacy di ognuno. "Donne che osservano enormi crocefissi con naturalezza estrema - annota Gabriele La Porta direttore di RAI NOTTE - come se si trattasse di passanti. Bambini che esaminano le statue della processione come enormi e intoccabili giocattoli magici. Anziani che ripetono gesti e posture per l'ennesima volta, e lo fanno con attenzione, con affetto profondo. Donne velate, donne che preparano la processione, donne che discorrono beate sulle panche della chiesa, chierichetti con occhi fondi e arie incredibilmente sveglie...". E' questo il prevedibile campionario dei personaggi e degli interpreti del copione. Diego Mòrmorio, critico e storico della fotografia dell'Accademia delle Belle Arti di Napoli, che nella presentazione avvenuta nella Chiesa di San Rocco di Picinisco sabato 1 agosto 2009 davanti ad un folto pubblico ha parlato a lungo della fisica della luce come mezzo di scrittura fotografica, nella presentazione tenta anche, peraltro in modo insufficiente ed inesaustivo, un'interpretazione antropologica del fenomeno religioso, ricordando la potenza del legame (inclusione) e il rischio dell'esclusione (scomunica o s-comunità direi). Ancora una volta cita il noto episodio della morte di Socrate "colpevole di non riconoscere gli dei che la città riconosce e di introdurre altre nuove divinità". Benedetto Croce, con forti legami parentali da queste parti (Alvito), com'è noto, insisteva sul concetto del "perché non possiamo non dirci cristiani". Parola di un liberale laico. "... anche quando a livello della coscienza ci sentiamo lontani dai culti religiosi del luogo in cui siamo cresciuti, a livello inconscio ne veniamo attratti più o meno nella stessa forma in cui si manifesta l'attrazione di Luigi Giannetti, che giustamente parla di "una Picinisco interiore": di "un luogo dell'anima, luminoso ed oscuro, odiato e amato al tempo stesso". Io, senza valicare il limite, mi fermerei però alla Picinisco religiosa dove la differenza tra "religioso" ed "interiore" potrebbe essere, secondo me Sergio Andreatta, tutta nella metafora di una mela dove l'interiorità è rappresentata dalla polpa infotografabile (se non ricorrendo ad uno spaccato) e la religiosità dalla buccia. Questo dà anche il limite della fotografia, più che della fede in sè rispetto alla sua manifestazione. Nicola Giuseppe Smerilli, docente di scenografia all'Accademia delle Belle Arti di Roma, è di poche parole tanto da sembrare reticente, confessa di essere rimasto sorpreso dall'accoglienza della comunità sotto l'ombra del grande albero, l'enorme platano amico e guardiano della piazza migliaia di volte, vestito nella sua curata divisa verde o spogliato, fotografato da Giannetti, da me e da tutti coloro che salgono a Picinisco accompagnati da una fotocamera qualsiasi, fosse pure solo quella del cellulare. Ma la reticente essenzialità di Smerilli ha un significato preciso che troviamo estenuato nella presentazione (Pensare la fotografia): "E' facile parlare e scrivere di buona composizione, - scrive il prof. Smerilli - di equilibrio formale, di grana, di toni, di regole... che se pure importanti sono la grammatica, la base indispensabile su cui ogni fotografo costruisce un proprio percorso di ricerca. Difficile è invece parlare e scrivere del senso più profondo della fotografia, di quello che quanti operano in questo campo intendono trasmettere con il loro lavoro... Raccontare la fotografia per chi come me la fotografia la fa credo sia un atto di grande arbitrarietà... La fotografia... non ha bisogno di conferme, è lì che aspetta solo di essere guardata, per recuperare il senso di ciò che l'autore ha deciso di cogliere nell'istante dello scatto, lasciando che ciò che ha dentro si materializzi in quella specifica immagine". Gli onori di casa sono stati fatti doverosamente dal sindaco di Picinisco, ing. Giancarlo Ferrera, un grande appassionato dei valori di questo territorio e delle sue notevoli risorse naturalistiche (P.N.A.L.M.). Un sindaco perfino "campanilista" in senso buono - dichiara - che non trascura mai di dare smalto a queste bellezze e a queste tradizioni secolari non bastevoli, però, da sole a frenare l'emorragia migratoria verso la Scozia e il Canada. Ma il sindaco non è l'unico grande estimatore delle opere fotografiche di Luigi Giannetti testimone privilegiato e custode di tutto ciò che di saliente accade nella ormai depauperata comunità piciniscana. © - Sergio Andreatta
Luigi Giannetti (Photos e Progetto grafico), Religiosità, Picinisco, 2009, Editing: Grafiche del Liri (Isola Liri - FR).
Con il patrocinio della Regione Lazio (Assessorato Sviluppo Economico, Ricerca, innovazione e Turismo), del Comune di Picinisco, della Pro Loco di Picinisco. Con il sostegno economico di Ilaria Scala.
All'inizio saluto aperitivo di Lorenzo Pelosi.
Video a cura di Marco Schirinzi, nel sottofondo musicale un contributo compositivo (Amore e Psiche) di Giacomo Ferrera.
In conclusione Concerto d'archi con musiche barocche e moderne di un noto quartetto pugliese.
Tra le numerose Autorità presenti quelle religiose: mons. Dionigi Antonelli, pubblicista, apprezzato storico locale e già rettore del Canneto; don Antonio Molle attuale rettore del Santuario della Madonna del Canneto e abate della Collegiata di S.Lorenzo in Picinisco; il benedettino archivista dell'Abbazia di Montecassino; il monaco bibliotecario dell'Abbazia di Casamari.
Con un riconoscente omaggio l'Autore dedica l'opera al prof. Erino Rendina.
di: Sergio Andreatta
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