lunedì 1 dicembre 2008

A Roma sui passi di Paolo, di Sergio Andreatta



Anno paolino. Scuola, famiglie e alunni del IV circolo didattico di Latina ripercorrono insieme gli ultimi passi dell’apostolo dei “gentili”.

Latina, sabato 15 novembre. Quando partiamo con due pullman, alle 7 del mattino, non sembra proprio un avvio promettente. Cielo plumbeo e già due gocce sulla testa a preannunciare il nulla di buono. Partenza puntuale da Via Sezze, davanti alla scuola Giovanni Paolo II, con i bambini arrivati per primi, anche in anticipo sul loro direttore. Non la sveglia deve averli buttati giù dal letto, stamattina, né la mamma ma il vivo pungolo della curiosità e dell’interesse. Si sa come sono i bambini. Elena Boldrini, l’impagabile ins.te di IRC, ha organizzato ancora questa visita a Roma per il bimillenario della nascita di Saul. Ora lei fa la capitana sulla seconda corriera, nella prima salgo invece io.

Percorriamo la Pontina già da qualche chilometro quando prendo il microfono per ricordare con due parole il “viaggiatore di Gesù Cristo“, come compare negli Atti degli Apostoli, il camminante che transita a piedi per l’Appia antica verso Roma, toccando località ora nel nostro comune di Latina (Forum Appii, Tor Tre Ponti dove a ricordarlo c’è un’epigrafe fatta collocare da Pio IX), anche accolto dai primi cristiani romani che gli vengono incontro alle Tres Tabernae (Cisterna).

Eccoci sui passi di Saul-Pâulos-Paulus di Tarso (il “piccolo“, magro, calvo e barbuto secondo l’iconografia) condotto da Cesarea Marittima, sede del governatorato, a Roma per sua stessa richiesta, a rivendicazione del suo buon diritto di “civis romanus sum”, per essere giudicato sulle imputazioni di tradimento all’ebraismo insegnato nelle sinagoghe. Per lui, ora, è la legge dell’amore cristiano a salvare l’uomo, più che la meticolosa osservanza delle prescrizioni della Legge mosaica. I suoi ex-compagni di scuola a Gerusalemme, allievi del famoso rabbino Gamaliele il Vecchio, pare, però, che non gliel’abbiano voluta perdonare. “Tradimento!” gridano… A Roma saranno due anni interlocutori agli arresti domiciliari tra il 61-63, poi l’assoluzione per assenza di testimoni (venire da Gerusalemme a Roma non costa pochi sesterzi), la ricattura in seguito sotto Nerone, dopo l’incendio della capitale, l’imprigionamento e, infine, la condanna all’esecuzione capitale per decapitazione avvenuta probabilmente nel 67 nel podere “alle Tre Fontane“, non si sa bene per quale precisa imputazione se non quella, per l’occasione nuovamente riciclata, di professare ostinatamente il cristianesimo. Paolo l’evangelizzatore, il missionario ad gentes che percorre avventurosamente quattro lunghi viaggi, oltre 16.000 miglia, per terre e per mari, per andare in mezzo agli stranieri (gentili) e ai pagani con l’intento di attirarli a Cristo.

La salma seppellita, e fin dagli inizi venerata, nelle catacombe di San Sebastiano sull’Appia antica, verrà traslata nel IV sec. nella Basilica, appositamente costruita, di San Paolo fuori le mura. Camminare alle otto del mattino sui larghi prati verdi intorno alle catacombe di San Callisto sopra l’impressionante vuoto metafisico consegnato alla morte da due millenni di storia, camminare in silenzio sui silenzi del lungo viale in mezzo ai cipressi antichi accarezzati dai primi raggi di un sole finalmente incoraggiato ad apparire, è un’emozione che potrebbe far vibrare l’animo, penso, anche di un ateo. Davanti all’ingresso catacombale, a lato dell’omonima chiesa barocca di S.Sebastiano fatta ricostruire su quella primitiva dal card. Scipione Borghese nel 1609, troviamo ad accoglierci tre guide dell’O.R.P., o animatori pastorali come loro preferiscono definirsi, dell’opera lateranense per trent’anni diretta con intenso spirito pastorale e notevole imprenditoria da mons. Liberio Andreatta da Paderno del Grappa*. Veniamo suddivisi in gruppi e tutti muniti della “paolina” e di un apparato audiotecnologico a radiofrequenze dell’ultima generazione che ci accompagnerà per tutta la giornata immettendoci in testa e nel cuore ondate di messaggi appropriati. Imput di cultura artistica, spirituale, archeologica, architettonica. Sono giovani, o non più tali, laureati in storia dell’arte… Dentro quattro piani di cunicoli non tutti visitabili, fino a 13 o 19 metri sotto, non ricordo bene, sotto il piano della chiesa. Una serie di cubicoli, di curve e di incroci con qualche epigrafe di marmo superstite sulle nude pareti di tufo. In questa che è la catacomba, fra le 65 romane, più devastata nei secoli le lastre di marmo sui loculi e gli ornamenti sono stati quasi tutti asportati. Rimane qualche coccio, il simbolo cristiano primordiale di un pesce-acrònimo, qualche graffito su intonaco per intercedere Pietro e Paolo le cui spoglie mortali trovarono qui asilo temporaneo. “In pace”, “Il tuo sonno fra i giusti” allora come ora è questo l’ultimo saluto. Anche nella capitale del più vasto ed evoluto impero del mondo si moriva giovani, spesso da bambini. Il piccolo loculo, che custodisce una tenera bambina di tre anni, ci commuove ancora oggi dopo due mila anni. Una fotografia di quella sociosfera cosmopolita ci descrive una vita media già conclusa ai quarant’anni, salvo rare eccezioni. Le persone erano di più bassa statura, di venti o anche trenta centimetri inferiore. Le condizioni sociali ed economiche diverse anche tra gli stessi cristiani pur accomunati dall’unico e condiviso ideale di salvezza. Sono le tombe a mostrarci i segni di un’elevazione sociale diversa. Le catacombe, soltanto in seguito monumentalizzate dall’ideale (”Memoria degli apostoli Pietro e Paolo”), erano in origine un vero e proprio cimitero, di quelli che molti genitori nel loro stile educativo oggi tengono scaramanticamente fuori dalle visioni dei loro figli. Guai, infatti, a visitarli anche solo per la commemorazione dei propri defunti il 2 novembre! Una necropoli, quasi il nostro nuovo ipogeo di Latina, dove i martiri seppelliti non erano la maggioranza rispetto alla totalità. Nella cripta ripristinata di S.Sebasiano ci accoglie il busto splendente del martire opera marmorea del Bernini. E verso l’uscita tre aristocratici mausolei (cappelle) inizialmente pagani, poi utilizzati anche dai cristiani. La vista architettonica li differenzia dal tutto-già-visto in precedenza. Buon riposo, M. Clodius Hermes di 75 anni, a te che nella tua benevolenza hai voluto per l’ultimo viaggio la compagnia di tutti i tuoi liberti! Coreografia democratica, senza distinzione di classe… Una successione di fotogrammi e di bow-up culturali e di ri-motivazione spirituale. Il desiderio del sole e dell’aria ci riconsegna, finalmente, alla nostra vita quotidiana e al traffico insostenibile della “regina viarum”, l’Appia regina di ogni percorso anche interiore.

Col pullman raggiungiamo il Foro, la nostra guida sembra esaltarsi. Calpestiamo i bàsoli, andiamo a piedi per una Via dei Fori Imperiali scombussolata dai lavori in corso ed eccoci, quasi all’improvviso, davanti al Carcere Mamertino. Come sempre in questi luoghi la tradizione, fascinosamente condita da un po’ di leggenda, sembra diventare più forte della storia. Due ambienti sovrapposti (Mamertinus e Tullianum, luogo di prigione il superiore, di esecuzione capitale l’inferiore) uniti da una scaletta che dicono portare il segno di una capocciata dell’apostolo Pietro, a dimostrazione inconfutabile della sua dura cervice, di… pietra appunto. La leggenda arriva ad immaginare nella polla d’acqua sgorgata una fonte battesimale per il “fondatore della Chiesa” che battezza i suoi stessi carcerieri…

Il pranzo si fa attendere un pò per i pullman che tardano a prelevarci davanti all’Hotel Palatino. Andiamo a mangiare in un pensionato addirittura all’…estero in questa Roma piena di extraterritorialità che ci richiamano un passato da Stato della Chiesa, in una mensa all’ultimo piano del palazzo che ospita la direzione del Bambin Gesù. Tutti apprezzano, nella grande varietà possibile, la scelta semplice del menù fatta insieme alla maestra Elena, forse reincarnazione metempsicotica, chissà, della madre di quel Costantino oggi così tanto evocato.


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Alle 15,30 siamo già dentro il sacro luogo per cui ci siamo mossi da Latina, nella grande Basilica sulla Via Ostiense che durante il bimillenario della nascita di Saul a Tarso (ebreo della diaspora, studente alla scuola farisaica di Gerusalemme, soldato persecutore dei primi cristiani, folgorato sulla via di Damasco e convertito, missionario evangelizzatore e martire) per un anno è privilegiata nel lucro dell’indulgenza plenaria. E siamo noi pure folgorati, come Paolo sulla Via di Damasco, dalla brillantezza dell’oro zecchino della facciata. Splendore indescrivibile scaturito dallo sfarfallio dei raggi pomeridiani. La grandezza di Paolo non sta soltanto nelle XIV Lettere, in greco e antecedenti la stessa redazione dei Vangeli, che ogni domenica, in seconda lettura, si sentono durante la messa. Sta nell’aver profeticamente sviluppato il movimento cristiano tramutando una religione a carattere regionale (giudeo-cristianesimo) in una universale (cattolica) quale, almeno da 1500 anni, viene ormai riconosciuta. Ma qualche storiografo avrebbe visto in questa chiave di volta una problematizzante deformazione del primitivo annuncio evangelico. Ora ci accoglie la Cappella di S.Stefano, il protomartire fatto assassinare proprio da Saulo, e un settantenne sacerdote vicentino, aggregato all’Opera, che sa sedurre come pochi i nostri ragazzi con le sue semplici metafore, con la sua efficace interattività.

Fossero tutti così dinamici e simpatici i preti ci sarebbero meno diserzioni dalle parrocchie e dagli oratori! Le guide non finiscono più di stupirci con le mille e una storia, doviziose visioni che illustrano la spiritualità del luogo, l’architettura, la scultura, la pittura, la cronaca dell’incendio della notte del 15 luglio 1823, la ricostruzione. Una mia domanda imbarazza un po’ il nostro Virgilio. “Dopo il riempimento dei sette medaglioni dei papi rimasti ancora vuoti cosa sarà, cosa accadrà alla chiesa?”… Sotto il portico antistante c’è una teca votiva illuminata, due euro per ogni piccolo lumino. Tutti esauriti, non è più concesso fare voti fino al prossimo rifornimento. La facciata ha intanto definitivamente smorzato ogni suo splendore per diventare di talco quasi per una scenografia cinematografica impareggiabile…

Ed eccoci, ormai nel buio, alle Tre Fontane dentro un bosco di alte sagome di eucalipti. Anime vegetali che si elevano anch’esse al cielo, forse per pregare. Siamo dentro la suggestione di una nuova notte che comincia trapuntata da scarse luci. Passato l’arco altomedioevale di re Carlo si aprono a ventaglio le tre prospettive, più intuite che osservate, delle chiese. Ci sorridono gli occhi delle loro finestre illuminate. Percorrendo il viale come i fedeli dell’antichità nell’aumentata suggestione delle tenebre oranti ci viene incontro la chiesa di S.Paolo alle Tre Fontane. Sulla sinistra ci accoglie un albero di natale già tutto illuminato, al centro come dalla fessura di un uovo che si rompe una vivida croce rossa. Per la gente che la affolla si entra a fatica nella chiesa. Più che silenzio tramestio di piedi ma mi sembra di udire lo stesso i tre balzi del tonfo della testa sul pavimento. E da quel fendente di spada, per miracolo, ecco ancora zampillare le tre sorgenti di acqua santa! Zampilli di fede da chi prima non aveva creduto, da chi prima di illuminarsi aveva anche combattuto contro. Paolo da primo teologo cattolico, in questo palcoscenico di credenti dell’incredibile per fede, sta a dirci della non inutile possibilità di cambiare, di ricominciare… Appena fuori i trappisti ci aspettano. Con le nostre spese di cioccolato puro fondente e di liquore estratto dall’eucaliptus li aiuteremo a sopravvivere. © - nov. 2008, Sergio Andreatta*