sabato 29 marzo 2008

Walter Veltroni a Latina











“Si può fare”,“Non si può fare”…



Nel nome e nella condizione nuova di Latina, non più solo della Littoria delle origini, e nel pensiero europeo del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli.

“Si può fare”, “Non si può fare”… “Si può fare” per la stragrande maggioranza dei pontini, non soltanto latinensi, accorsi numerosi al comizio di W.Veltroni. Siamo a Latina, seconda città del Lazio, poco dopo le 17, da dove, dopo la Sicilia dei giorni scorsi e Brescia di questa mattina, ha inizio il tour elettorale tra le province del Lazio. Quando arriva il pullman da Corso della Repubblica, in lieve ritardo sulla tabella di marcia, la 84esima piazza d’Italia visitata è già gremita di quasi 10.000 persone. Tante facce note e tanti nuovissimi adepti, soprattutto giovani, soprattutto donne, anche bambini. Si respira una diffusa aria di speranza, se non di ottimismo per questa provincia pontina bellissima per i tanti suoi valori ambientali e culturali ma a “democrazia bloccata” per mancanza in cabina di regia di una qualsiasi alternativa politica, ormai da 15 anni. Latina è oggi quello che la destra al potere in continuità da sempre ha voluto che fosse e di problemi se ne stanno manifestando tanti come quello di una minacciosa deindustrializzazione del polo chimico, farmaceutico e agroalimentare che causa disoccupazione preoccupante per il tenore di vita e l’equilibrio esistenziale di tante famiglie. “Non si può fare” o meglio “Non se po fa“ per il preannunciato e naturalmente presente e battagliero gruppo di esponenti della Rete civica antiturbogas di Aprilia – Campo di Carne. Così: “Veltroni, Pensaci!” questo è l’invito scritto su uno striscione che mutua gli stessi colori del Partito Democratico o meglio in questo caso, con un po’ di ironia del ”PD, Per De Benedetti”. Palloncini bianchi, magliette e mascherine antigas completano il variegato campionario folkloristico dei manifestanti.Veltroni, che con loro aveva già scambiato alcune battute al suo arrivo in pullman, li invita a soprassedere, dopo li avrebbe riascoltati, ma quelli, coordinati da Marco Procaccini, tenaci oltre ogni resistenza non demordono perchè la loro causa ha, comunque, bisogno della visibilità, se non del consenso, della piazza e delle TV. Solo così fanno rivivere in qualche modo l’idea di salvaguardia dell’ambiente che hanno, tra qualche mugugno maltrattenuto dei presenti delle file più indietro che si vedono schermata la postazione dell’oratore. Ad un certo punto, anzi, qualcuno deve aver pensato a degli infiltrati dell’altra parte, ma non è così per questi cittadini attivi di Aprilia un pò agitati perchè particolarmente preoccupati della sorte ambientale del loro hinterland già tanto inquinato da precedenti colonizzazioni chimico-industriali. Dopo i mugugni arriva anche qualche spinta tanto che è lo stesso leader politico a ricordare dal palco, dove è affiancato dal presidente regionale Piero Marrazzo, che il dissenso deve essere sempre possibile. “Parlo in una città che si chiama Latina, lo ricordo a chi avesse perso il senso della storia, era una città che si chiamava in un altro modo in un tempo che nessun democratico vuole che ritorni”. Il discorso pontino di Veltroni cavalca tutti i temi noti del suo programma, le famose quattro priorità per la ripresa civile ed economica del Paese, a cominciare dalla riduzione della spesa pubblica, con un interessante pensiero riservato ai giovani in ingresso nel mondo del lavoro, ai precari e al “compenso minimo legale“ e ai pensionati. Ma anche, durante un’ora e mezza di discorso, per lanciare un significativo richiamo all’etica in politica e al recupero della legalità. Ricorda l’attualità più recente. Il tono è pacato come sempre nel suo stile, l’eloquio leggero e simpatico con qualche battuta ironica di sfuggita, niente di più. Sta attento a non nominare mai il suo avversario ma non ce n’è bisogno perché tutti capiscono al volo la differente impostazione politica tra i due sistemi che si candidano al governo del Paese, altro che programmi… in fotocopia. E se poi lo spartito fosse anche lo stesso, la differenza la fa sempre, alla fine, la bravura degli interpreti. Vuoi mettere un Herbert von Karajan? E i sondaggi, prima di tacere definitivamente ma è anche meglio perché sono quasi sempre manipolati e affatto indipendenti, cosa dicono?… Dicono di un divario assottigliatosi ai minimi termini tanto che al Senato, dove funziona il premio di maggioranza regionale, ogni previsione sembra assai azzardata. Alle urne, quindi, può succedere proprio di tutto, anche che Berlusconi vinca, in virtù delle molte alleanze lobbistiche e delle molte risorse di tutti i tipi di cui abbondantemente dispone ma, come pure ha scritto qualche giorno fa uno certamente dalla sua parte, il valente Roberto Gervaso su “Il Messaggero” nella rubrica “A tu per tu”, può succedere che: ”Le elezioni le vincono i demagoghi che perderanno le successive”. Ma, intanto, Veltroni dai banchi dell’opposizione avrà potuto forgiare il nuovo Partito Democratico. Sarà, davvero, così oppure non sarà, invece, chiamato subito alla responsabilità di governo? Se po’ ffa’.Sergio Andreatta www.andreatta.it

lunedì 24 marzo 2008

Sergio Andreatta: Silenzio... Chi è quell'uomo appeso alla croce?


Silenzio… Chi è quell’uomo appeso alla croce?
Nota a riflessione e punto interrogativo di Sergio Andreatta

Silenzio… Chi è quell’uomo appeso alla croce, messo a morte tra due delinquenti, quell’uomo straziato che ha appena imputato a Dio di averlo abbandonato? E’ il Messia come sostengono soltanto i suoi sparuti e sconcertati seguaci? O il più grande impostore della storia, per giunta anche blasfemo, come sostengono i più eminenti ebrei della città per cui la sua fine non è che la sorte conseguente? I.N.R.I., tragica ironia di una didascalia, perchè? Non sarà, quest’uomo, un altro mal tollerato turbatore della quiete pubblica, non infrequente in questa terra di presunti e ricorrenti miracolisti e profeti? Uno dei tanti, da giudicare. Uno che, convintosi di essere diverso (diventato anche per un padre che tutti dicevano “putativo”, ritenuto) e superiore agli altri forse per revanche (”chi dicono che io sia?”), ha voluto inseguire, imponendole alla sua suggestionata conventicola, le sue strane idee di salvezza? E perchè, sempre attento e vigile ad ogni movimento di foglia, l’establishment religioso di Gerusalemme, più di quello sociale e politico, lo ha voluto condannato? Perchè politicamente scorretto? Per interessi, di sicuro… Iòshua, Ièsus, Gesù, … le sue convinzioni pericolose, alternative, rivoluzionarie come avrebbero potuto affermarsi in un contesto non conforme, eccitabile e così chiusamente teocratico? Quel Sinedrio, “chiesa di stato” che con i Romani aveva stretto un patto di alleanza, come avrebbe potuto perdonarlo se non mettendosi telluricamente in crisi esso stesso; se non smettendo la sua funzione mediatrice e garante dell’ordine, se non rinunciando ai privilegi ottenuti in cambio? Do ut des ancora una volta. Questa chiesa-sinedrio, blindata nella sua apparente rigorosa ortodossia, molto attenta ai primordi dei suoi miti originari, alla custodia e alla trasmissione della tradizione, alla meticolosità dei suoi riti quotidiani come avrebbe potuto tollerare al suo interno (Gesù frequentava il Tempio) una qualsiasi espressione di libertà e di svincolo? Qualsiasi religione difficilmente tollera svincoli dalla sua ragione, dalla “religio-legame”, come a qualsiasi potere non piace l’indipendenza di chi voglia sottrarsi al suo controllo, al suo giogo. Ma non sono tutti gli organismi a temere una minaccia portata al proprio equilibrio, alla propria sopravvivenza? La libertà, e di coscienza e di espressione, non l’avrebbe tollerata per secoli in seguito neanche la nostra chiesa cattolica, che peraltro coerentemente non si è mai vantata di sbandierare idee di democrazia… Altro, che la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo, la sua missione… Silenzio!… Il compreso silenzio è svanito. Dal silenzio di un attonito sgomento si alzano ora alcune laceranti note corali, e clamori e pianti destinati a vagare per millenni da quel maledetto colle della morte, in attesa di essere raccolti da qualcuno. Vagheranno nell’aere di un tramortito Pianeta-Terra dove nulla si distrugge, seppure nulla si crei, per diventare espressioni della più mistica spiritualità, le più variate forme di una patita devozione popolare… Ora senti, ascolti anche tu quelle note ne “La Passione secondo Matteo” di Bach, o nel ”Requiem in re minore” di Mozart; ascolti le voci di uno “Stabat Mater” struggente o il “Pianto della Madonna”di Jacopone da Todi. Ecco i tuoi occhi incontrare le sublimi opere d’arte nate nella diacronia dei tempi da un esplosivo blow-up di immagini che l’occhio e il cuore di un pittore come Cimabue, Giotto o un fiammingo hanno intercettato nel loro secolo e tradotto anche per te nell’immortalità di un capolavoro. E lì davanti stupito, forse mediti, non so… Ed è già questa comunque, nel diverso modello antropologico di una civiltà pluralista e relativista come quella di oggi (che qualcuno qualifica alla deriva dei valori ma che è, in realtà, alla ricerca di altri) dove tu puoi giocare personalmente la tua scommessa sulla fede (le “pari” di B.Pascal) senza il dovere di rendiconti obbligatori, senza… E già questa può essere una risurrezione per l’uomo moderno. (© - Sergio Andreatta, 21.03.2008).

mercoledì 19 marzo 2008

La responsabilità educativa del genitore e quella dell’Insegnante



LETTERA APERTA AI GENITORI DEGLI ALUNNI

Latina, prot. n. 1515 /A1f del 12.03.2008

La collaborazione tra Famiglia e Scuola è conditio sine qua non per la validazione di qualsiasi processo formativo, per l’attivazione di percorsi di qualità che siano significativi ed efficaci. In una classe il contesto educativo, (che ha per substrato la somma dei contesti educativi domestici e li rispecchia nell’interazione che si determina), condiziona il successo degli esiti. Fondamentali risultano essere, quindi, sia la strutturazione socio-metrica della stessa classe ma, anche, le dinamiche interpersonali che si attivano in simmetria al suo interno. L’insegnante spera sempre di trovare la fondamentale collaborazione con la famiglia e la famiglia la giusta autorità e competenza nell’insegnante. La scuola non è mai da intendersi come luogo per il potere, da chiunque esercitato, ma come un luogo di alleanze strategiche e tattiche sui fini comuni. Ma spesso, quando la scuola cerca di ribadire la sua funzione e il docente le sue competenze, si levano da alcuni genitori voci per reclamare una loro parte di autorità e di comando. Nell’ultimo Consiglio di Circolo si è tentato di affermare una pretesa competenza nel dettare agli Insegnanti i fini e gli obiettivi anziché i generali indirizzi sui criteri organizzativi e funzionali del regolamento scolastico. Durante un’ultima assemblea di classe alla Goldoni (6.03.’08) si è manifestata la pretesa di imporre direttive didattiche e di metodo a un’equipe docente e ad un’insegnante in particolare. Altre travisazioni si sono verificate in antecedenza con alcuni Genitori convocati in direzione. Si dimentica che la funzione docente, per le sue prerogative, discende direttamente, per la libertà d’insegnamento, dall’art. 33, 1 comma, della Costituzione italiana, dalla legislazione scolastica, dallo stato giuridico e dall’art. 26 (Capo IV) del Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Scuola. Il Collegio dei Docenti del IV Circolo didattico di Latina, a tutela di una funzione che si fonda sull’autonomia culturale e professionale, ritiene quindi, (seppur attraverso idonei, doverosi e irrinunciabili processi di confronto con i Genitori e di rispetto delle precise competenze di altri Organi democratici della Scuola), illegittima e ingerente tale richiesta di dettato e la respinge (oggi 11.03.2008) come grave ed erronea nel suo intento di voler condizionare, dirigere e valutare l’operato di un docente prima, durante e dopo un qualsiasi processo educativo, anche implementato in coerenza con le Indicazioni Nazionali per il Curricolo ed il Piano dell’Offerta Formativa “Per Regola e Progetto” della nostra istituzione. I docenti e gli operatori della scuola, in quanto al servizio ma anche garanti di un particolare servizio pubblico, non intendono (beninteso!) sottrarsi alle loro precise responsabilità né rivendicare al loro stato una particolare condizione di singolare invalutabilità; accettano, tuttavia, la valutazione unicamente dagli organi preposti e competenti. La cosiddetta “valutazione percepita” sui processi condotta abitualmente… in cortile da alcuni genitori è scientificamente dimostrato non essere oggettiva, viene comunque recepita e considerata nell’economia dell’azione come uno dei segnali di feed-back, una cartina di tornasole per orientare sempre meglio i processi in corso ed innovare la ricerca-azione pedagogica. Né autosufficienza né autoreferenzialità ma sempre un’utile visione interagente di Comunità continua, quindi, ad ispirare l’operato degli insegnanti. Le rivendicazioni recentemente espresse da alcuni genitori, decisamente minoritari tra i tanti, sono sorte e maturate in contesti, l’uno, di ricerca di un potere che non esiste all’interno di un Consiglio; l’altro dal desiderio di allontanare da sé, almeno parzialmente, la responsabilità “in educando” evocata dalla lettera di contestazione della Direzione didattica per i reiterati, e anche gravi, episodi di precoce bullismo accaduti in classe. In riferimento a questi ultimi i docenti, nel loro assoluto dovere di ripristinare con immediatezza il clima di legalità e di condizione del diritto allo studio, non possono rinunciare ad applicare direttamente, e senza remore, le prime misure di sanzione previste e di proporre al dirigente di adottare i provvedimenti disciplinari successivi, ai sensi dell’art. 9 del Regolamento scolastico, fino alla possibile sospensione stessa dell’alunno/a che si dimostri colpevole di gravi atti di indisciplina. Il Collegio vuole, tuttavia, sperare che questa ristrettissima minoranza di genitori, dopo opportuna autocritica e neo-acquisita consapevolezza sul proprio preminente ruolo in campo educativo, possa ricondurre il proprio operato, riconducibile all’art. 30 della Costituzione, anche al rispetto fondamentale della distinzione di funzione e responsabilità esistenti tra genitori e docenti. Nell’interesse del presente e del futuro sociale dei loro figli il Collegio vuole sperare, pertanto, in quel recupero di cooperazione educativa che si ritiene imprescindibile per la costruzione di buone personalità.
Il Collegio si appella, infine, ai Membri del C.d.C. e a tutti i Rappresentanti di classe/sezione perché essi esercitino “in aiuto” la loro funzione-ponte collaborando con gli operatori della Scuola nel superamento di eventuali malintesi.

Il Collegio dei Docenti dell’11.03.2008 approva all’unanimità.

Il Segretario verbalizzante: dott.ssa ins.te Patrizia Testa

Il Presidente del Collegio: dirigente scolastico dott. prof. Sergio Andreatta
P.O.F.“Per Regola e Progetto

domenica 16 marzo 2008

"1932 e dintorni" di Sergio Andreatta




Da “1932 e dintorni” di Sergio Andreatta

Il 1932 è l’anno fondamentale per la storia di Littoria-Latina. Nessuno riteneva possibile creare in pochi mesi una città, ma Littoria inaugurata il 18 dicembre era stata costruita in soli 5 mesi e 18 giorni.
Il 5 aprile Valentino Orsolini Cencelli aveva suggerito a Mussolini che visitava in auto l’Agro Pontino, e che decideva per “un centro di bonificamento e di colonizzazione” rurale, la creazione di una nuova città. Il 30 giugno al “Quadrato“, il centro del Consorzio di Bonifica di Piscinara, in territorio del Comune di Cisterna da cui distava 18 Km., veniva posta la prima pietra che Mons.Navarra, vescovo di Terracina, benediceva. Tutti stretti intorno a quel blocco di travertino sul quale era stato inciso “O.N.C. - Fondazione di Littoria - A. X“. Una pergamena portava scritto la solenne, e anche un pò retorica come d’uso, motivazione dell’atto terminando con parole di “… promessa per l’avvenire“. Firmata dai presenti e da Cencelli la pergamena venne rinchiusa in un cilindro di vetro a sua volta racchiuso in un tubo di piombo nel quale furono collocate le serie complete, in conio del 1932, delle monete di bronzo, argento e oro del Regno d’Italia e dello Stato del Vaticano. Il cilindro venne, quindi, saldato e murato nel cavo al centro del blocco di travertino che ora veniva calato nello scavo dal quale si sarebbe innalzata, da lì a poco, la Torre del Municipio. Mussolini era rimasto infastidito da un articolo pomposo di Bastiani letto sul Giornale d’Italia del 28 giugno e aveva voluto precisare, non senza redarguirlo, al commissario Cencelli che… “non di città si doveva parlare, ma di un comune rurale, non di prime pietre, ma che si doveva parlare solo ad opere compiute…”. Ma il Duce cambierà idea rapidamente vedendo il fervore con cui procedevano i lavori e decidendo di partecipare di persona e di presiedere alle cerimonie dell’inaugurazione del 18 dicembre…
Agli inizi degli Anni Trenta il governo fascista si poteva così vantare di saper operare e realizzare a differenza e contro l’immobilismo contraddittorio del precedente sistema democratico. Ormai eravamo di fronte ad un consolidamento del regime che, nel X dell’E.F., fondava sempre di più le sue strategie nell’apparato ma anche incontestabilmente nel consenso del popolo, come scriverà lo storico Federico Chabaud. Lo Stato veniva riorganizzato e consolidato tecnicamente tramite la creazione di nuovi enti e di nuovi istituti. Si andava affermando un dirigismo diverso dal precedente, con una nuova generazione di intellettuali e tecnici, dotati di particolare dinamismo e affascinati dal ruolo di uno stato autoritario, sociale e nazionale… La bonifica era già entrata in una fase nuova coi regolamenti che avevano dato contenuto e potestà all’Opera Nazionale Combattenti (O.N.C.), un ente già istituito sullo scorcio della I guerra mondiale, incaricato di provvedere alla trasformazione fondiaria e all’incremento della piccola e media proprietà; ad esso veniva riconosciuta la facoltà di chiedere il trasferimento di immobili soggetti ad obblighi di bonifica, presentando un piano di lavori, relativi in particolare ai territori del governatorato di Roma e di una serie di comuni a sud del Tevere, fino a Terracina e a Fondi. Nuove norme emanate dal regime fascista il 13 febbraio 1933 stabilivano, ora, un equilibrio di oneri e di competenze fra i proprietari interessati e gli organi dello Stato, nel quadro di un piano di bonifica integrale. Ancora nei giorni dello scoppio della II Guerra mondiale, forse per un’accorta e strategica regia politico-economica, nel giugno 1940, veniva riaffermata la cura del governo nel tutelare la piccola proprietà contadina, evitandone il frazionamento in caso di morte del titolare e di trasferimento ereditario. Il concetto di “bonifica integrale” che ispirava il legislatore era inteso come esecuzione coordinata di tutte le operazioni necessarie per adattare le terre a una produzione più intensiva (“tale da assicurare lavoro e civili forme di vita rurale a una più densa popolazione”), come sintesi dunque di bonifica idraulica, igienica e agraria. Venivano sottolineati l’impegno diretto del potere pubblico, che tuttavia riconosceva e coordinava la dinamica degli interessi particolari, e l’aspirazione a superare le distinzioni correnti fra bonifica e colonizzazione, aspetti tecnici e umani, sfera del pubblico e del privato. Il tutto era subordinato agli obiettivi politici del regime, che si compendiavano nel “grado di ruralità” e nell’”autarchia economica”. Soprattutto sul primo insisteva il ministro Arrigo Serpieri. Le categorie coloniche, cioè i contadini legati alla terra con rapporti stabili e continuativi di lavoro – scriveva – sono garanzia di coesione sociale: “certi fenomeni degenerativi della civiltà capitalistica sono propri del mondo delle città, delle industrie, dei traffici, non di quello veramente rurale; l’irrequieta e insaziata ricerca dei maggiori godimenti non è del mondo rurale”…
Le Paludi Pontine furono risanate a partire dal 1926, dopo due millenni di immobilismo, con la costruzione progressiva di un reticolo geometrico di strade importanti (le “Migliare”) e di canali collettori (”Acque Alte”, detto anche “Canale Mussolini”, “Acque Medie”,… che si aggiungevano al “Linea Pio” ed ad altri minori), con la sistemazione dei laghi salmastri litoranei (Fogliano, Monaci, Caprolace, Paola) e la colmata di vaste bassure. A qualche anno di distanza, grazie alla laboriosa e impegnativa attività dell’Opera Nazionale Combattenti, si realizzava (1931-’34) la colonizzazione dell’Agro Pontino da parte di famiglie immigrate specialmente dal Veneto (dalla Provincia di Treviso maggiormente), ma anche dal Friuli, dall’Emilia, dal Trentino. Nel 1942, in luogo dei soli e rari casali rossi abitati in permanenza intorno all’antica consolare Appia (“regina viarum”) e dei lavoratori temporanei (gli stagionali provenienti dall’Abruzzo, Molise e dalla Ciociaria) che avevano occupato le radure fra le paludi (léstre) e poi i villaggi-cantiere (di Sessano, Capograssa, ecc…), la zona pontina ospitava già 30.000 persone circa (i coloni). Una densità demografica mai registrata prima grazie all’innesto delle etnie altoitaliane con la gens lepina. Da ultimo si mise mano alla bonifica e alla colonizzazione della parte nord della Provincia e sorsero Aprilia e, quindi, Pomezia a completamento della rete delle “Città nuove” (Littoria-Latina e i suoi numerosi Borghi, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia). Riferendosi al razionalismo urbanistico di Oriolo Frezzotti (cui si deve la progettazione e l’edificazione di Littoria) e di altri architetti qualcuno ha parlato appropriatamente di “metafisica costruita” (Mostra a Roma e Catalogo a cura del Touring Club Italiano in occasione del 70° di fondazione).
Lo sbarco anglo-americano di Anzio-Nettunia (su cui ho ampiamente scritto e pubblicato anche in questo stesso sito web), la notte tra il 21/22 gennaio 1944, e le successive operazioni intorno a quella testa di ponte durate fino alla fine di maggio del ’44, avevano recato gravi danni ai sistemi idraulici che regimentavano le acque e alla zona costiera. Nella primavera, il 22 marzo, il prefetto di Littoria Laghi venne inesorabilmente rimosso da Mussolini per “la scarsa energia dimostrata di fronte alla situazione“. La situazione era quella di… provocare il progressivo allagamento della pianura pontina per interrompere strategicamente le strade bianche ed impedirne un facile attraversamneto ai nemici. Su migliaia di ettari di terra bonificata era ritornata l’acqua, la malaria di sempre. 7000 famiglie coloniche, ma non la famiglia di Ambrogio Andreatta rimasta al Pod. 769 di Borgo Bainsizza, erano state sfollate, chi in Calabria, chi altrove. Ma, per Mussolini non era stato abbastanza, e il prefetto venne chiamato a pagare per la sua presunta inerzia. Restituendosi alle Paludi sembrava che le Terre Pontine avessero voluto segnare la loro vittoria… Ma l’opera di ricostruzione fu avviata dai Consorzi di Bonifica tempestivamente, già all’indomani della conclusione della guerra, e la pianura potè riguadagnare via via quella sua fertilità che permetteva a tante bocche di sfamarsi, a tante famiglie di vivere dignitosamente nella speranza rinsaldata di poter riscattare a breve il loro podere. Sergio Andreatta

giovedì 6 marzo 2008

Amico Libro 2008


MOSTRA-MERCATO DEL LIBRO PER RAGAZZI
Latina, dal 4 al 14 marzo 2008
Presso la “Palestrina” della Scuola Primaria Carlo Goldoni di Latina.


Quando si apre un libro…
Leggere è come “ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” scrive Margherite Yourcenar in “Memorie di Adriano”. Un gradito ritorno molto atteso dai ragazzi, molto apprezzato dalle famiglie, l’occasione per i nonni di regalare un’opera interessante ai loro nipoti. Sono presenti le opere editoriali di letteratura dell’infanzia, più moderne e anche ricche di quella tecnologia che tanto affascina, oggi, i nostri ragazzi. I libri sono offerti ad una condizione di particolare vantaggio. Il 20% del ricavato andrà ad arricchire in libri le consistenze della biblioteca scolastica. L’ingresso è libero e si raccomanda a tutti … Dopo il grande successo registrato l’anno scorso, oltre ogni più rosea previsione, si prevede anche per quest’anno un successo tra gli alunni, anche i più piccoli delle scuole dell’infanzia per… l’arrivo di tanti nuovi, coloratissimi cartonati. Promuovere la lettura per far nascere e sviluppare curiosità e interesse intorno all’apprendimento e anche, indirettamente, un’azione propulsiva ad incremento delle stesse dotazioni bibliotecarie: questo l’obiettivo della Mostra inaugurata, la prima edizione, nel 2001. Grazie alla presenza di alcune mamme, coordinate da Rosy Lo Faro, che collaborano, nel ripetersi dell’evento, direttamente alla gestione della Mostra, si promuove, sotto la direzione del prof. Sergio Andreatta (Direzione didattica del IV Circolo di Latina - U.S.P. di Latina - U.S.R. del Lazio) una strategia di maggiore coinvolgimento dei genitori, la socializzazione di forme migliori di collaborazione con la scuola e forme di convivenza democratica, oltre che lo sviluppo della consuetudine alla lettura che nei tempi attuali si è dimostrata essere, purtroppo, in… grave diminuendo di fronte all’ invasione delle interattive suggestioni informatiche e alla civiltà delle immagini ma anche a forme di disaffezione crescente all’interno delle stesse famiglie. L’iniziativa si avvale della collaborazione del libraio Piero Lepori della Giunti e Marzocco editrice e si svolge sotto la attenta regia della bibliotecaria scolastica ins. Anna Pompeo. Di fronte ai libri resta sempre valido quanto scritto nel 1468 dal Card. Bessarione in una lettera del 31 maggio al doge di Venezia Cristoforo Moro per la donazione della sua biblioteca costituita da 482 volumi greci e di 264 latini: “I libri vivono, discorrono, parlano con noi - scrive Bessarione - ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti, ponendoli sotto gli occhi, cose remotissime della nostra memoria”. Quanta attualità in questo pensiero del cardinale ora mutuato come invito a questa mostra.